Protesi di ginocchio e d’anca, il bisturi
arriva solo «dopo»
TRAUMATOLOGIA. Preparazione, chirurgia, mobilizzazione e riabilitazione sono fasi collegate, che richiedono il coordinamento di diverse professionalità a tutto vantaggio del paziente.
Lettura 2 min.Zingonia
Per una protesi di anca o di ginocchio, l’intervento chirurgico è una tappa di un percorso che comincia prima della sala operatoria e prosegue fino al recupero dell’autonomia. Preparazione, chirurgia, mobilizzazione e riabilitazione sono fasi collegate, che richiedono il coordinamento di diverse professionalità. «Quando un paziente arriva alla chirurgia protesica non dobbiamo occuparci soltanto dell’articolazione che deve essere sostituita. Dobbiamo considerare la persona nel suo insieme, le sue condizioni cliniche e funzionali e ciò che desidera tornare a fare dopo l’intervento. Questo significa prepararla, scegliere la strategia più adatta e impostare già prima dell’intervento le fasi successive», sottolinea il dottor Vittore Costa, responsabile di CORA, nuovo centro di chirurgia protesica del Policlinico San Marco, dove viene applicato il modello della Chirurgia dinamica PRO Fast, un’evoluzione della chirurgia mini-invasiva, nella quale ogni fase del trattamento viene pianificata, coordinata e condivisa con il paziente, con l’obiettivo di favorire un recupero rapido.
«Questa impostazione si traduce anche nelle modalità con cui viene gestito l’intervento e il periodo successivo. L’utilizzo di tecniche mini-invasive e l’avvio precoce, quando indicato, della mobilizzazione contribuiscono a ridurre l’impatto della chirurgia. Anche la gestione del ricovero e la continuità dell’assistenza aiutano a creare condizioni favorevoli per una mobilizzazione sicura e un recupero graduale, coerente con le condizioni del paziente».
«Quando un paziente arriva alla chirurgia protesica non dobbiamo occuparci soltanto dell’articolazione che deve essere sostituita. Dobbiamo considerare la persona nel suo insieme, le sue condizioni cliniche e funzionali e ciò che desidera tornare a fare dopo l’intervento
Un approccio «globale»
È quindi già prima della sala operatoria che prende forma questo approccio globale. «Il paziente viene valutato nelle sue caratteristiche cliniche, funzionali e personali. La preparazione può comprendere, quando indicati, supporto nutrizionale e riabilitazione preoperatoria», spiega lo specialista. È importante anche parlare, prima dell’intervento, di ciò che succederà dopo. «Condividere aspettative realistiche permette di affrontare con maggiore consapevolezza le diverse fasi». Questo approccio “globale” si concretizza anche nella presenza di un team multidisciplinare che segue il paziente passo dopo passo. «Sono coinvolti ortopedici, anestesisti, infermieri, fisioterapisti e altri professionisti sanitari. La multidisciplinarietà non significa soltanto avere più figure coinvolte, ma farle lavorare in modo coordinato, condividendo informazioni e obiettivi. La presenza della Case Manager favorisce la continuità del percorso, rappresentando un riferimento per il paziente e aiutandolo a orientarsi nei diversi momenti dell’assistenza». L’integrazione tra le diverse professionalità poi diventa particolarmente importante dopo l’intervento, quando inizia la fase di mobilizzazione e recupero funzionale.
È importante anche parlare, prima dell’intervento, di ciò che succederà dopo. «Condividere aspettative realistiche permette di affrontare con maggiore consapevolezza le diverse fasi». Questo approccio “globale” si concretizza anche nella presenza di un team multidisciplinare che segue il paziente passo dopo passo
Dall’intervento al recupero dell’autonomia
«Quando le condizioni cliniche lo consentono, la mobilizzazione viene avviata precocemente nelle fasi immediatamente successive all’intervento, in alcuni casi già in sala operatoria. Il fisioterapista può intervenire fin dall’inizio sul recupero funzionale, lavorando su movimento, forza e autonomia. Anche il controllo del dolore e la sicurezza durante la mobilizzazione sono importanti, perché permettono al paziente di partecipare attivamente alla riabilitazione», spiega il dottor Costa.
Non esiste un tempo uguale per tutti per la riabilitazione. La durata dipende dal tipo di intervento, dalle condizioni generali, dalle caratteristiche individuali e dal livello di attività precedente alla chirurgia
Non esiste un tempo uguale per tutti per la riabilitazione. La durata dipende dal tipo di intervento, dalle condizioni generali, dalle caratteristiche individuali e dal livello di attività precedente alla chirurgia. Per questo il programma riabilitativo viene adattato alla risposta del singolo paziente e agli obiettivi stabiliti. «L’integrazione tra équipe chirurgica, riabilitativa-fisioterapica e assistenziale permette di accompagnarlo progressivamente verso la maggiore autonomia e nel più breve tempo possibile», conclude il dottor Costa.
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