Il coro «Liberi Suoni» abbatte le differenze nel nome della musica

LA STORIA. Partito 15 anni fa con sei persone, adesso ha più di 80 componenti. «All’inizio c’era una distinzione tra utenti e volontari, oggi il gruppo è diviso semplicemente in tre voci». Il 24 ottobre l’esibizione della valle di Astino.

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All’inizio le voci si accordano, come strumenti delicati e preziosi. I coristi si uniscono in un solo respiro, che segue un ritmo comune, e poi il canto scorre come un’onda, a un cenno della direttrice. Prima, però, ci sono gli sguardi, i sorrisi, le chiacchiere, la gioia di rivedersi. Ogni sera c’è qualcuno che arriva per la prima volta. All’ingresso non ci sono barriere, e a comandare non è la perfezione dell’esecuzione, ma il piacere di stare insieme.

Siamo a Nembro, alla Casa della Musica, con il coro Liberi Suoni, in un lunedì sera qualunque, l’appuntamento fisso settimanale per le prove. Le sedie sono disposte in file ordinate e ognuno sa già dove sedersi: i soprani da una parte, i contralti al centro, gli uomini dall’altra (non sono abbastanza purtroppo da poter essere suddivisi nelle giuste estensioni di voce).

Prima regola: includere

Al centro c’è Donatella Moioli, che accoglie tutti con un sorriso, seduta davanti alla tastiera, pronta a dirigere. Le battute corrono, con leggerezza e allegria. Poi scende il silenzio, ciascuno è al suo posto, si comincia.

Liberi Suoni, coro polifonico inclusivo, è nato nel 2011 in Valle Seriana, e quest’anno compie quindici anni. Lo promuovono il C.I.S. – Comitato Iniziative Sociali e la Cooperativa sociale «La Fenice». È partito «quasi in sordina», con sei o sette persone; oggi gli iscritti sono più di ottanta, con e senza disabilità, diverse generazioni insieme, giovani e no, senza preclusioni, affiancati nei concerti da una decina di musicisti professionisti. Si prova ogni lunedì, dalle 20.30 alle 22.30, in uno spazio messo a disposizione dal Comune e accessibile anche a chi usa la carrozzina. Il repertorio supera i cinquanta brani, dalle polifonie rinascimentali ai cantautori, con arrangiamenti curati dalla direttrice, Donatella Moioli, musicista diplomata in organo e composizione organistica.

«Inclusivo nel vero senso della parola»

«È un coro inclusivo – dice – ma nel vero senso della parola». Ogni incontro, spiega Donatella, ha una parte di socialità e una di apprendimento. All’inizio ci sono un po’ di esercizi di respirazione, riscaldamento della voce, poi il canto a tre voci. Quando qualcuno svicola dallo spartito, si dice che ha fatto una «nota svizzera». Ormai l’espressione è entrata nell’intercalare comune del gruppo. «Non è mai una tragedia – sorride la direttrice –, ma un motivo di apprendimento e di divertimento». Se all’inizio c’era qualcuno che distingueva tra «utenti» e «volontari», è risultato presto chiaro che in realtà quella divisione non aveva senso.

La musica come filo che unisce

«Attualmente – sottolinea Donatella – ho semplicemente i miei coristi divisi in tre voci». La musica è il filo che unisce tutti, e non chiede diagnosi, né etichette: «Le fragilità, in fondo – commenta Donatella – non è detto che corrispondano solo a chi ha una diagnosi». C’è chi ha paura di esibirsi in pubblico, chi non è sicuro della propria voce. Stare in gruppo, però, sostenersi a vicenda, è un punto di forza per tutti, spinge a superare i propri limiti e a mettersi davvero in gioco. C’è posto perfino per chi si sente «disabile nei confronti della musica»: adulti che, cantando, scavalcano barriere interiori.

L’accoglienza come stile

E la competizione? «Se in alcuni cori un pochino di sguardi di competizione possono esserci, in questo no». Qui molti arrivano per incontri casuali, per amicizia, grazie al passaparola. Com’è successo a Dosolina Vismara, di Pradalunga, 61 anni a ottobre, che è stata tra le prime coriste: una conoscente continuava a ripeterle «dai, vieni», finché ha ceduto. Quindici anni dopo canta anche da solista e dice che il coro le ha fatto scoprire la musica, «un mondo che non conoscevo». Gabriele Bergamelli, 24 anni, di Albino, è entrato nella formazione dopo la pandemia, dopo aver ascoltato un concerto a una festa di paese. Se la vita lo mette alla prova ed è ancora in attesa di trovare lavoro, qui, intanto, ha la possibilità di stare tra amici, alleggerire le tensioni e perfino cantare come solista brani che lo appassionano, come «Imagine». Meilde Calegari, 71 anni, insegnante di arte alle medie, ora in pensione, è arrivata per curiosità. «Avevo incontrato in un parco una conoscente, e per caso mi ha raccontato questa sua esperienza. Le ho chiesto come si potesse entrare, mi ha detto che dovevo solo presentarmi alle prove e cantare. L’ho presa alla lettera. La prima volta la maestra non sapeva nemmeno chi fossi, ma non è stato un problema: qui il clima è quello dell’accoglienza, dell’accettazione, e vale per tutti».

Gli appuntamenti

Chi arriva, poi decide di restare, gratificato da tante soddisfazioni e grandi emozioni, racconta Valerio Pulcini, 76 anni, che fa parte del coro da 11: «Anche dopo tanti concerti, continuo a emozionarmi molto, soprattutto ascoltando gli altri cantare, soprattutto i più giovani, sempre con il sorriso. Se il coro è cresciuto, secondo me, è proprio perché il pubblico che viene ad ascoltare non può non sentirsi coinvolto». Natasha Indelicato, quasi 47 anni, soprano, ricorda il concerto con Intelletto d’Amore all’OrioCenter, «di fronte a tantissime persone».

Il suo brano preferito è «Il leone si è addormentato», allegro e ritmato, che ben rappresenta il clima accogliente che si respira in questo gruppo: «Qui trovo una cosa importantissima – sottolinea Natasha – un po’ di armonia e di compagnia, che non sempre è così facile incontrare nella vita di tutti i giorni». Alle prove accadono tante cose, a volte impreviste, come «un’emozione che ti strozza la voce all’improvviso», racconta Meilde. È stata lei a creare il logo per il coro, che dice lo stesso con un’immagine: liberi suoni che vanno in giro in ampie onde e tornano più composti, una tastiera che da bianca e nera si riempie di colori: «Cambia la musica e si vedono le cose diversamente.»

Il festival

Da questo cammino è nato anche il festival «L’arte che incanta», promosso dal C.I.S. con la partecipazione e il sostegno di un’ampia rete di soggetti sul territorio, con l’obiettivo di «celebrare il talento e la bellezza della differenza».

L’edizione 2026 è iniziata ai primi di ottobre e prosegue fino al 22 novembre. Ci sono tanti appuntamenti e realtà da scoprire, il coro Liberi Suoni sarà in scena il 24 ottobre alle 17 nella Valle della Biodiversità di Astino, con lo spettacolo «Stellastellina e l’anemone blu» (in caso di pioggia, in Sala Refettorio dell’ex monastero), e il 22 novembre alle 15,30 all’Auditorium di Tagliuno di Castelli Calepio, con la band «I musici di Castro». Fra gli altri (numerosi) progetti del coro ci sono «Animaliberi», nato durante la pandemia dal libro «L’assemblea degli animali», e «Diritti e rovesci universali», che fa memoria della Dichiarazione universale dei diritti umani a partire dalle contraddizioni del presente.

La porta della Casa della Musica di Nembro per chi vuole unirsi al coro è aperta: il lunedì, alle 20,30, le sedie sono già in fila, le voci si riscaldano, i sorrisi pronti, senza barriere.

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