«Così mi ha cambiato la malattia e ho imparato a riscoprire me stessa»
LA STORIA. Silvia Dalle Crode, albergatrice a Branzi, ha affrontato un tumore senza scoraggiarsi. Per lei è stata l’occasione per coltivare nuove passioni e aprirsi a alla spiritualità attraverso l’arte, la scrittura e le camminate nel bosco.
Lettura 4 min.«Mi piace pensare di aver trasformato il piombo in oro». Silvia Dalle Crode, 52 anni, ha affrontato un tumore al seno che le ha cambiato la vita in modo imprevedibile, spingendola a riscoprire e valorizzare i suoi talenti creativi, ed è spiazzante sentirla raccontare: «La malattia mi ha aperto prospettive che non immaginavo, mi ha spinto a guardare la vita in modo nuovo». Lo dice sorridendo, davanti a uno dei suoi quadri, nella sua casa nel quartiere di Conca Fiorita, ai piedi di Città Alta.
Una trasformazione
Albergatrice da trent’anni, quattro anni fa ha attraversato un periodo difficile: la diagnosi, l’intervento, terapie invasive, con la paura di non farcela. Da quell’esperienza, però, attingendo alle sue risorse migliori, con la vicinanza della sua famiglia e degli amici, è uscita trasformata: ha iniziato a dipingere, ha scritto un libro, aperto una nuova attività, e si impegna nel volontariato con Zona Blu, per il desiderio di restituire ciò che ha ricevuto.
«Ho capito che dovevo prendermi in mano, cambiare qualcosa di me»
Silvia, di origine padovana, si è trasferita a Milano per studiare Scienze della Formazione all’Università Cattolica, dove ha incontrato il marito Franco Pedretti, albergatore di Branzi. «Ci siamo sposati e sono andata a vivere lì. Ho imparato il mestiere di famiglia e mi sono immersa in un mondo diverso dal mio, che mi ha subito coinvolta e catturata».
Il marito è chef e lavora in cucina, mentre lei cura l’accoglienza: insieme hanno portato l’Hotel Pedretti, che appartiene alla famiglia dai primi del Novecento, in una nuova era, con un cambio radicale rispetto al passato, per realizzare «una struttura accogliente, con tanta energia, passione e amore». Sono nate due figlie, Bianca e Carolina, oggi ventenni. Viaggiare è rimasto il loro modo di aprirsi al mondo, quando il lavoro lo permette.
La diagnosi
La malattia, come spesso accade, ha fatto irruzione nella sua vita all’improvviso: «Avevo fatto di recente la mammografia, non c’era niente. Poi però, sotto la doccia, ho sentito qualcosa di strano, come un nocciolino». Insospettita, ha deciso di controllare. L’ecografia ha evidenziato subito un nodulo sospetto. Poi Silvia ha approfondito con la visita dal senologo e la biopsia. «Alla fine – ricorda – è risultato che era un tumore». Ormonale, non genetico. «Ho pensato: ok, è una prova. In quel momento di smarrimento mi ha aiutato molto la fede. Mi sono chiesta che cosa dovessi imparare da ciò che mi stava accadendo».
Le cure
Silvia ha dovuto sottoporsi a chemioterapia, intervento e radioterapia. Sta assumendo la terapia ormonale, che deve continuare ancora per circa un anno e mezzo. Ricorda i corridoi dell’ospedale: «Ho incontrato molte persone, ognuna reagiva in modo diverso. Qualcuno con coraggio, altri erano persi nel dramma totale. Ho capito che dovevo prendermi in mano, cambiare qualcosa di me». Di quel periodo le sono rimasti impressi tanti dettagli, anche piccoli, come quello dei capelli: «Sapevo che con la chemio avrei potuto perderli. Così sono andata dal parrucchiere, e prima mi sono fatta un taglio più corto, per abituarmi. Poi ho deciso di farmi rasare completamente. Mio marito era lì ad aspettarmi, e quando sono uscita mi ha accolto con un grande sorriso e mi ha detto “ma sai che stai bene?”. E così, insieme, siamo riusciti a sdrammatizzare».
La pittura
Per lei il lavoro è diventato un’ancora: «Facevo la chemio il lunedì o il martedì, poi per due giorni stavo a letto. Il venerdì ero in piedi, mi sentivo un bijou, con la mia parrucca. Ho lavorato quasi sempre, e quasi nessuno se n’è accorto». Anche per le sue figlie è stato uno shock. La maggiore doveva partire per un progetto di studio in America. «Un’altra madre magari le avrebbe detto: stai qui, aiutami. Ma io non me la sono sentita. Le ho detto di partire, e ci sentivamo ogni giorno in videochiamata».
Qui, dice, è avvenuto un grande cambiamento: «Sapevo di non essere più la donna di prima, ma mi sono detta che avrei potuto perfino diventare migliore. Ho rispolverato la mia passione per la pittura, a Branzi ho adibito una stanza a laboratorio artistico». Ha appeso le sue opere in casa, in albergo, e nelle nuove camere «a tema» della sua Casa Vacanze in città «HP City Suites», in Conca Fiorita. «Ogni quadro ha un senso spirituale – spiega –. Esprime quello che ho vissuto in certe situazioni. Mi sono accorta di poter coltivare attraverso l’arte uno sguardo più alto e profondo, che mi aiuta a dare senso alla vita». Per Silvia, che vive con intensità la fede, la dimensione spirituale è sempre stata parte del cammino.
Il libro, il bosco
A luglio è uscito il suo primo libro, che raccoglie «Storie e aneddoti di un albergo di montagna», annotati per anni in un quaderno, pubblicato da Elsa Major, giovane casa editrice. Un’avventura che le ha già portato nuovi amici e incontri.
Con «Zona blu»
Nel periodo più difficile della malattia ha deciso di cercare un supporto professionale e si è rivolta a Savina Baschenis, counselor oncologico, perché l’aiutasse a non farsi schiacciare dalla malattia. Grazie a lei ha conosciuto «Zona Blu», gruppo di donne che si occupa di salute, benessere, longevità e solidarietà. Il 24 ottobre a partire dalle 18 al ristorante Settecento di Presezzo sarà uno dei testimonial dell’incontro «Realtà virtuale che cura!» promosso dal gruppo in occasione di una raccolta fondi per l’acquisto di un dispositivo per la riabilitazione neurologica a favore del centro Vamp (Valutazione e assistenza multispecialistica Parkinson) di Zingonia.
Silvia ha scoperto anche l’effetto benefico dello sport sulla salute, e quando può, al mattino presto, raggiunge Savina e il gruppo che si ritrova in Città Alta per il «morning training», un’ora di allenamento importante per la prevenzione. Quando è a Branzi cammina nel suo bosco e condivide le foto. Camminare e dipingere l’aiutano anche a gestire meglio le conseguenze delle terapie oncologiche. «Faccio affiorare le emozioni e le incanalo nei miei dipinti. E poi cammino, torno e affronto la giornata in un altro modo».
Una maggior sensibilità
Porta con sé anche i volti delle persone che ha incontrato durante le terapie e che non ce l’hanno fatta. Da questo è nata in lei una sensibilità più accentuata per la prevenzione e la solidarietà. Anche per questo ha destinato una parte del ricavato del libro a Missione Possibile, per un’iniziativa che aiuta i bambini in Cambogia.
Silvia è anche vicepresidente del consorzio Visit Brembo, e crede in un turismo che valorizzi il territorio senza stravolgerlo. Continua a dare slancio ai suoi sogni e progetta altri libri. Non mancano le fatiche, la stanchezza, la vita resta densa. Ma quando il lavoro le dà tregua c’è un luogo dove ritrova slancio e fiato: «Vado nel bosco, assaporo il silenzio, prego, guardo gli alberi e nel profondo mi sento felice. Attingo forza da questo».
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