Il regista Andrea Brusa, un film ispirato all’opera di Donizetti: «Il mio Elisir d’amore folle e garibaldino»
IL FILM. È un adattamento molto personale dell’opera di Gaetano Donizetti che verrà presentato al festival Alice nella Città a Roma. «L’abbiamo girato a Milano, Gessate e Paderno Dugnano. Quindici giorni a ritmo serrato per un racconto in bianco e nero tra il grottesco e il pittorico»
Lettura 3 min.Bergamo
È ispirato all’opera buffa di Gaetano Donizetti il film scelto per chiudere in bellezza la sezione competitiva Panorama Italia al festival Alice nella Città 2026: s’intitola «L’Elisir d’Amore», scritto e diretto da Andrea Brusa, che l’ha anche prodotto insieme ad Andrea Italia, Beppe Manzi ed Erika Ponti. Una produzione Nieminen Film e Oki Doki Film che va oltre le precedenti trasposizioni cinematografiche e televisive dell’opera donizettiana – dirette da Amleto Palermi nel 1941, da Mario Costa nel 1946 e da Andrea Bevilacqua nel 2002 – per stravolgere i canoni dell’adattamento per il grande schermo, con un trattamento a metà strada tra opera e film, dove musica e messa in scena si fondono in un’esilarante commedia grottesca.
Sono 78 di rilettura surreale e contemporanea de «L’Elisir d’Amore», con al centro uno dei baritoni più acclamati a livello internazionale: Ambrogio Maestri, già diretto da Ferzan Özpetek in «Magnifica presenza». Maestri torna al cinema nei panni del dottor Dulcamara, il medico strampalato che questa volta non promette di far innamorare nessuno. Abbiamo rivolto alcune domande a Brusa, laureato in Sceneggiatura presso l’Università della California, Los Angeles (UCLA), autore e co-regista de «Le voci sole», presentato al Taormina Film Fest, e sceneggiatore di «Balcanica», vincitore del premio del pubblico alle Giornate degli Autori 2026.
Innanzitutto, da dove arriva l’ispirazione donizettiana?
«Da tempo coltivo un amore folle per l’opera. In particolare, sono innamorato di Donizetti, della sua musica ma pure della sua storia. Una figura poliedrica, capace di spaziare dal melodramma giocoso a quello tragico, fino alle opere buffe. Un compositore in grado di sfornare nuove opere a dozzine, da cui il soprannome ironico ’Dozzinetti’. Io trovo che la sua musica sia sempre vitale».
Com’è arrivato all’idea del film sull’Elisir d’amore?
«Era il 2019, ero al Teatro alla Scala a vedere ’L’Elisir d’amore’ in una messinscena firmata da Grischa Asagaroff, con le poetiche scene e i costumi di Tullio Pericoli. E con Ambrogio Maestri nel ruolo di Dulcamara: un uomo enorme, in scena con un costume incredibile. L’ho trovato fantastico, ma anche stretto sul palco. Ho pensato che si meritasse una trasposizione cinematografica. Poi è arrivato il Covid, ma l’idea non mi ha mai abbandonato. Appena si è presentata l’occasione giusta, mi sono lanciato nel progetto».
Parliamo delle riprese.
«Sono iniziate ufficialmente un anno fa e abbiamo girato a Milano, Gessate e Paderno Dugnano. Quindici giorni a ritmo serrato per realizzare questo film un po’ folle, un po’ alieno, direi quasi garibaldino. Un film in bianco e nero, tra il grottesco e il pittorico».
In che rapporto sta il film con l’opera di Donizetti? Un film musicale? Un adattamento di un libretto d’opera?
«Nessuno dei due. Un prestito, forse un furto. Volevo prendere il personaggio di Dulcamara e catapultarlo in un mondo reale. Se nell’Ottocento i librettisti saccheggiavano a piene mani dal teatro, talvolta con adattamenti molto liberi, noi abbiamo preso dall’opera un personaggio e lo abbiamo lanciato in questo film dove opera e cinema si spalleggiano in una contaminazione continua. Ambrogio Maestri si è prestato con entusiasmo. Valentina Moro ha fatto un lavoro straordinario per ricreare il costume che indossava alla Scala, in omaggio a Tullio Pericoli. Rivedere Maestri come quel giorno in cui ero rimasto folgorato, per me è stato a dir poco commovente».
E poi c’è stato un lavoro importante sulla musica...
«Le musiche sono di Cristian Labelli, costruite sulla partitura originale di Donizetti. È stato fondamentale anche l’aiuto del consulente musicale Alberto Zanardi».
Ma di cosa parla, in breve, la trama?
«Nel libretto Dulcamara è un venditore da strapazzo che inganna dei poveri cristi. Mi sono chiesto: al giorno d’oggi, chi e cosa potrebbe diventare? Ce lo siamo immaginati un po’ irascibile, vulcanico, ossessionato dalla rivoluzione proletaria e contro il capitalismo. La storia è ambientata nella periferia industriale di una grande città e racconta un mondo grigio, fatto di lavoro, sfruttamento, desiderio e utopia. Ci sono operai depressi, stanchi, sconfitti, e mogli esasperate dalla fabbrica e dai mariti. Dopo essere sopravvissuto a un ictus, che gli lascia voce da baritono e manie rivoluzionarie, Dulcamara crea un elisir di lunga vita per le operaie sfruttate, nella speranza di offrire loro tempo sufficiente per ribellarsi. Ma quando si presenta per vendere l’agognato filtro, promettendo centocinquant’anni di vita, le lavoratrici reagiscono in modo inaspettato: rifiutano di acquistare una pozione che allunghi loro l’esistenza, perché vogliono solo morire».
«Trasformare l’elisir da scorciatoia per conquistare l’amore nell’idea, folle e ostinata, che per cambiare le cose serva prima di tutto più tempo per immaginarle diverse»: è questo l’originale paradosso che ha fatto meritare al film la selezione ad Alice nella Città...
«È un festival importante, siamo stati selezionati insieme a produzioni colossali, quindi per noi è un traguardo bellissimo e insperato. A Roma il film sarà proiettato al Cinema Quattro Fontane, sabato 24 ottobre alle 20:30. Non vediamo l’ora».
Un’ultima domanda. Come reagirà il nostro Donizetti?
«Speriamo che non se la prenda, ma siamo fiduciosi. Era un bergamasco con grande spirito e, alla fine, questo è un film che nasce dall’amore per la sua musica indimenticabile».
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