Donadoni: «Bergamo può diventare la città di Shakespeare»

IL PROGETTO. L’attore ospite del Rotary ha ripercorso la sua carriera dal teatro parrocchiale delle Ghiaie di Bonate Sopra, al cinema e alle fiction. «La città si presta naturalmente a ospitare moltissime opere teatrali, anche all’aperto. In ogni angolo di strada si possono portare tutte le sue opere».

Un travolgente Maurizio Donadoni è stato protagonista, nei giorni scorsi, di una serata che ha visto riuniti i Rotary club Bergamo e Bergamo Ovest all’Hotel San Marco, in città. Durante un’intima chiacchierata con Luca Carminati, Donadoni ha ripercorso la sua ormai lunga ed eccezionale carriera di attore (teatro, cinema, tv) con grande simpatia e bravura, sotto il titolo «Basta recitare. Essere non essere»: dagli esordi al Teatro alle Grazie di Bergamo, anzi da prima, dal teatro parrocchiale di Ghiaie di Bonate, fino alla fiction che sta girando in queste settimane per la Rai sul Lago d’Orta.

Il Festival di Menotti

Nelle battute finali Donadoni è tornato su «Wishakespeare», progetto avviato durante Bergamo-Brescia Capitale della Cultura, che intende fare di Bergamo una vera «città shakespeariana». «Bergamo - ha detto - si presta naturalmente a ospitare moltissime opere teatrali, anche all’aperto». Questo progetto ha già avuto due edizioni e nel 2023 ha mosso Città Alta, con il flusso degli attori che si spostavano da un chiostro all’altro «raccogliendo» per le vie le persone, proponendo un teatro «di strada» colto e popolare al tempo stesso. «Non so per altri – dice l’attore – ma per me è una cosa molto evidente, questa vocazione di Bergamo. La vulgata racconta che Giancarlo Menotti, che alla fine degli anni ‘50 creò il Festival dei Due Mondi di Spoleto, avesse pensato prima di farlo a Bergamo, perché era più vicina a Milano, aveva un aeroporto… Venne in città e fece la proposta agli amministratori di allora. Che gli risposero: “Sì, però… non abbiamo alberghi”. Non hanno capito che tipo di volano sarebbe potuto essere quel Festival. E forse verso il teatro a quel tempo c’era anche un certo sospetto. Così Menotti andò a bussare in centro Italia, in una località sperduta, perché allora Spoleto non era famosa come oggi, e ha creato questo festival al quale ormai guarda tutto il mondo».

Giulio Cesare ai giardini del Balzer

Non c’è città in Italia, dice Donadoni, «più adatta a Shakespeare della nostra, in ogni angolo di strada puoi portare tutte le 36 (o 39) sue opere, comprese le 19 che sono ambientate in Italia. Questo connubio, ai miei occhi lapalissiano, s’ha da fare. Lo fanno dappertutto Shakespeare, a Parma, a Verona, perché a Bergamo no? C’è un Auditorium in piazza della Libertà dove “Giulio Cesare” sarebbe rappresentato perfettamente; tra i giardini del Balzer e il tribunale sarebbe un gioco ambientare il “Sogno di una notte di mezza estate”, c’è già il bosco da dove usciranno Egeo e Ippolita; e perché, in Cittadella, “Otello” non si può fare? Balconi ce ne sono iosa per “Giulietta e Romeo”, e “La tempesta”… Perché non celebrare questo matrimonio tra questi due esseri, una di pietra e l’altro di parole? Matrimonio attraverso gli attori. Potrebbe diventare una bellissima cosa».

«Non c’è città in Italia, dice Donadoni, «più adatta a Shakespeare della nostra, in ogni angolo di strada puoi portare tutte le 36 (o 39) sue opere, comprese le 19 che sono ambientate in Italia. Questo connubio, ai miei occhi lapalissiano, s’ha da fare»

Unire le forze

Ogni tanto ci si potrebbe unire tutti e fare quella festa di tutta la città, che sarebbe un modo di stupire tutta Italia, e secondo me anche l’Europa e il mondo

Quello che manca, dice Donadoni, è una volontà comune tra i vari poli culturali della città: «Bergamo secondo me è piena di ruscelli, ognuno dei quali ha una sua portata, ma che non riescono a far girare la ruota grande del mulino: fanno girare la ruota adatta alle loro acque, ma se in un momento dell’anno, in nome di qualcosa di ecumenico che può essere Shakespeare, per un paio di settimane questi ruscelli si mettessero insieme e facessero girare la ruota grande? Eppure tra sistole e diastole del cuore di Bergamo, c’è la virtù della prudenza, della costanza, ma c’è anche il momento garibaldino. Quello in cui la passione prevale sul ragionamento. Allora, ogni tanto, ci si potrebbe unire tutti e fare quella festa di tutta la città, che sarebbe un modo di stupire tutta Italia, e secondo me anche l’Europa e il mondo. Unendo le forze: Conservatorio, Accademia, Fondazione Donizetti, Ttb, chi più ne ha più ne metta. Abbiamo artisti di calibro, nuovi giovani attori stanno uscendo. Ma perché a noi quattro più famosi, Alessio Boni, Giorgio Pasotti, Giorgio Marchesi e io (siamo quattro moschettieri) a nessuno è mai venuto in mente di proporre qualcosa da fare insieme? Perché in questa città non dobbiamo diventare primi? Ogni tanto un po’ d’orgoglio non sarebbe male! Dentro la nostra città io credo che ci sia una grande vitalità in questo momento, e dentro ognuno di noi c’è un momento poetico: basta lasciarlo uscire, come si dice anche con gli attori: lasciala correre, non voler sempre scolpire, cesellare... Perché il lavoro dell’attore non è soltanto quello che esce perché vuoi farlo uscire, e anche quello che esce senza che tu neppure ci abbia pensato».

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