A bbracciare o meno la scelta di un allenatore, al giorno d’oggi, diventa una vera e propria idea filosofica. Più la società è forte, almeno così vorrebbe la logica, più si dovrebbe cercare di mettere a disposizione del tecnico in questione il maggior numero di calciatori congeniali e funzionali alla sua visione. Poi, però, arrivano le incognite, anche perché le logiche di questo bellissimo sport sono diverse da quelle di un’azienda normale: con due sconfitte tutto può andare a rotoli, o perlomeno in discussione. Inoltre, nei contesti internazionali e di alto lignaggio, i centri sportivi delle squadre sono ormai simili a una metropoli cosmopolita per componenti multietniche. Una ricchezza, chiaramente, ma anche un possibile boost per elargire un numero superiore di problemi se le cose non andranno bene. Adattarsi non è mai facile, e sono in aumento i casi di calciatori che sembrano relativamente interessati a imparare la lingua il prima possibile per acclimatarsi al meglio. Le rose sono piene di ragazzi furbi, sgamati e nel loro piccolo rappresentati ognuno una piccola realtà a sé stante e indipendente, in alcuni casi con all’attivo un ampio entourage di persone che lavorano al loro fianco anche fuori dal campo. Quasi sempre, se le cose andranno male, nessuno di queste figure dirà loro: “Sei tu il problema”. Per convincere un giocatore della bontà di un’idea possono servire settimane, per metterlo in dubbio sulla figura di chi lo guida basta pochissimo. Una parola sbagliata in conferenza, un complimento fatto al compagno che gioca al suo posto senza una carezza anche per lui, una semplice esclusione dall’undici di partenza per un paio di occasioni. Il calcio, però, va avanti e non indietro.