Sfratti, uno al giorno: «Stipendi bassi, urge un Piano casa»
L’EMERGENZA ABITATIVA. Nel 2025 in Bergamasca 360 provvedimenti eseguiti. Nell’80 per cento dei casi la causa è la morosità dell’affittuario. I sindacati: «Rafforzare gli accordi sul canone concordato».
Lettura 3 min.Il lungo periodo, almeno stando alla fredda contabilità, sembra affievolire il fenomeno. Che resta invece reale e concreto, soprattutto per lo chi vive sulla propria pelle: in provincia di Bergamo praticamente ogni giorno viene eseguito uno sfratto. È stato questo il ritmo medio del 2025, secondo i dati appena pubblicati dal ministero dell’Interno: se ne sono contati 360, in aumento del 3,7% rispetto ai 347 del 2024.
I dati del ministero
Vero, in passato ne avvenivano di più: 495 nel 2023 e 665 nel 2022, quando nella ripartenza post-Covid vennero meno alcune delle tutele introdotte nel periodo della pandemia; ed erano maggiori le cifre degli anni addietro, come il picco di 668 esecuzioni raggiunto nel 2018.
Ma l’emergenza abitativa non è certo stata risolta, da allora. Né qui né altrove, come raccontano tanto i numeri locali (da ultimo, il boom del mercato delle stanze: il «rifugio», spesso, di lavoratori che non possono permettersi di pagare un intero alloggio) quanto le notizie internazionali (il caso spagnolo).
A confermare una recente stabilità delle tendenze in Bergamasca c’è il «quasi pareggio» delle richieste di esecuzione presentate all’ufficiale giudiziario (dalle 1.889 del 2024 alle 1.842 del 2025, -2,5%), che possono essere riproposte più volte per lo stesso inquilino, mentre i provvedimenti di sfratto emessi dal giudice flettono in maniera più consistente (da 795 a 486: il -38,9%), anche per il fatto che negli anni scorsi c’era ancora una sorta di «arretrato» conseguente al blocco degli sfratti del 2020-2021 per il Covid.
Sono rilevazioni che riguardano quasi esclusivamente il mercato privato, quello più esposto alle oscillazioni dei canoni di locazione – con ovvie ripercussioni sugli inquilini che non riescono a tenere il passo del carovita – ma anche alla volontà dei proprietari di utilizzare diversamente l’immobile. Dei 486 provvedimenti di sfratto emessi lo scorso anno (le ordinanze sono quasi sempre superiori agli sfratti eseguiti perché molti inquilini lasciano poi spontaneamente l’abitazione), uno su cinque è stato per «finita locazione»: scaduto il contratto, il locatore ha richiesto di rientrare in possesso dell’appartamento; succede tipicamente quando lo si vuole destinare ad altro, magari a un figlio che diventa autonomo, oppure per investire nel business degli affitti brevi o per vendere. Nell’altro 80% dei casi, invece, la causa è rintracciabile principalmente nella morosità dell’affittuario.
Le possibili ricette
Tra i sindacati c’è una visione comune, ribadita ancora una volta: le politiche abitative devono essere una priorità nell’agenda pubblica. «I dati su Bergamo, considerando anche quelli sulle stanze, sono inquietanti: lasciano trasparire come sempre più persone non riescano a
«Serve un piano casa a livello nazionale, concreto, che abbia una progettualità sulla residenzialità pubblica»
permettersi l’affitto di una abitazione, sottolinea Marco Toscano, segretario generale della Cgil orobica. Ovviamente, non c’è una sola soluzione: «Serve un piano casa a livello nazionale, concreto, che abbia una progettualità sulla residenzialità pubblica, insieme al rafforzamento degli accordi territoriali per gli affitti a canone concordato, siglati anche insieme ai sindacati degli inquilini, con agevolazioni fiscali maggiori per i proprietari e con disincentivi per chi invece ha proprietà inutilizzate – prosegue Toscano –. Pensare al recupero dei tanti edifici pubblici dismessi avrebbe pure un effetto positivo sull’economia, poiché metterebbe in moto l’edilizia e l’indotto».
«L’abitare è un bisogno primario»
Francesco Corna, segretario generale della Cisl di Bergamo, guarda al recente passato e a quello che (non) è stato fatto: «Invece che usare il Superbonus per ristrutturare tante seconde case, quelle risorse potevano essere impiegate per costruire case pubbliche per chi una casa non ce l’ha». Oltre l’amara ironia, «l’abitare è un bisogno primario, diventato urgenza sul nostro territorio – insiste Corna –. L’ultimo grande investimento pubblico resta il Piano Fanfani: oggi lo Stato deve farsi carico di interventi davvero efficaci, anche ripensando le modalità classiche. Ad esempio si potrebbe ragionare su assegnazioni di lungo periodo, attorno ai vent’anni, affinché una famiglia possa immaginare un futuro stabile». Su scala locale, aggiunge Corna, alcune proposte ci sono: «Ci confrontiamo su più tavoli: una strategia è quella di coinvolgere gli enti bilaterali, che sono gestiti da aziende e rappresentanti dei lavoratori, per trovare ulteriori risorse e sinergie».
Gli stipendi troppo bassi
Ma il caro-affitti si salda inevitabilmente a un altro fattore: gli stipendi troppo bassi: «Con il potere d’acquisto ai minimi, un lavoratore medio che percepisce 1.200 o 1.300 euro al mese non ce la fa – sospira Pasquale Papaianni, coordinatore territoriale della Uil Bergamo –. Il nostro territorio si prodiga molto per aiutare i più fragili, anche grazie al Terzo settore, e certo tra gli enti locali c’è sensibilità. Ma serve qualcosa di più, una vera riforma abitativa e una presa di responsabilità da parte di tutti i corpi intermedi e anche del mondo bancario». Aggiunge una prospettiva, Papaianni: «Un abitare dignitoso è inoltre una questione di sicurezza: incentivare il mix abitativo, attraverso un’edilizia residenziale che coinvolga fasce sociali diverse, permette di evitare i ghetti».
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