Se un figlio diverso
diventa un bersaglio

I genitori che desiderano adottare un figlio devono essere dotati di una certa tenuta morale. Il percorso prevede infatti incontri con psicologi e assistenti sociali durante i quali la propria vita e quella di coppia sono sondate in profondità, com’è giusto che sia, per valutarne aspetti critici e compatibilità con l’accoglienza di chi non è prole naturale. Poi c’è il rapporto con la burocrazia, quella dei Tribunali dei minori, titolati a concedere l’agognata idoneità all’adozione o a rigettare la domanda. Una volta ottenuta l’idoneità, il percorso riparte. Le adozioni nazionali sono rarissime e i genitori puntano soprattutto su quelle internazionali. Viene dato il mandato a un’associazione non profit che fa parte di un elenco di enti autorizzati ad operare all’estero. E da qui altri mesi di attesa, sottoposti a possibili sorprese negative: le burocrazie degli Stati che danno in adozione i bambini sono volubili. Può capitare che sospendano le procedure per mesi o addirittura che chiudano le porte al destinare i piccoli (nella realtà sono sempre più grandi) a nuove famiglie.

Ci sono casi struggenti: genitori che hanno avuto l’abbinamento con il nuovo figlio, hanno compiuto un primo viaggio per conoscerlo e poi non lo hanno più visto perché lo Stato estero nel frattempo ha chiuso alle adozioni (è successo in Romania a famiglie italiane).

A questo percorso faticoso si sono sottoposti anche i coniugi Paolo Pizzi e Angela Bedoni, che tre anni fa hanno adottato Bakary Dandio, addirittura diciottenne. Ci vuole del coraggio, perché le adozioni di chi ha un’età quasi adulta sono le più difficili da gestire. È stata un’adozione nazionale: Bakary era arrivato in Italia con un barcone. La famiglia in questi giorni ha fatto notizia perché sull’edificio dove risiedono, a Melegnano, nel Milanese, sono comparse scritte razziste: settimana scorsa nell’androne del palazzo una mano ignota ha vergato le scritte «Pagate per questi negri di m...» (evitiamo di scrivere la parolaccia per esteso per non darle un risalto che non merita) e «Italiani=m...». Il tempo di cancellarle e lunedì mattina su un muro dell’abitazione è comparsa la seconda scritta: «Ammazza al negar» (espressione dialettale che significa «Ammazza il negro») con sotto il disegno di una svastica. La famiglia Pizzi ha sporto due denunce e la procura di Lodi ha aperto un fascicolo per minacce, definendo gli episodi preoccupanti, mentre i carabinieri stanno indagando anche per capire se si tratti della stessa mano.

Lunedì sera il Consiglio comunale di Melegnano ha espresso ufficialmente la propria solidarietà, ospitando i due coniugi, che hanno ripercorso i fatti. Solidarietà anche dal prefetto di Milano Renato Saccone. Il sindaco Rodolfo Bertoli (centrosinistra) ha annunciato la volontà di fare una grande manifestazione anti-razzista. Silenzio invece dal governo.

Altre famiglie adottive di bambini africani, sulla scia delle notizie da Melegnano, hanno denunciato pubblicamente gli insulti razzisti rivolti per strada o in altri ambienti ai propri figli. Che fra l’altro sono cittadini italiani, come prevede la legge. Ma qui non conta l’anagrafe, quanto il colore della pelle. Dibattere sul fatto se l’Italia è diventata un Paese razzista o no è complicato: quanta parte della popolazione lo è e quanta no? Ma è indubbio che sono aumentati gli episodi di razzismo verbale (in alcune casi anche con aggressioni). Sono i frutti amari di uno sdoganamento del linguaggio violento, nei social ma anche nella vita fuori da quel mondo.

Le istituzioni dovrebbero condannare duramente, senza ambiguità, parole e atti inaccettabili, mettere un punto fermo, come sa fare il presidente Mattarella. «La ferita provocata da una parola non guarisce» dice un proverbio africano.

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