Salvini senza rivali: i candidati si defilano

ITALIA. E così per la terza volta Matteo Salvini sarà acclamato, unico candidato, segretario della Lega.

Succederà a Firenze nel prossimo fine settimana quando il movimento che fu di Umberto Bossi e Roberto Maroni per provare un po’ di emozione si affiderà al chi c’è e chi non c’è nella lista degli ospiti speciali: Elon Musk, può darsi, perché no, ora che Matteo è il suo amico più fedele in Italia? Di sicuro ci sarà Viktor Orban, e poi Jordan Bardella in rappresentanza di Marine Le Pen, comprensibilmente con la testa altrove, magari anche il romeno Georgescu escluso dalle elezioni nel suo Paese, pur essendo il favorito, perché lo accusano di essere stato imbottito di rubli generosamente dispensati da Putin. Insieme a loro uno sciame di destre europee più o meno rilevanti, più o meno estremiste.

L’esito scontato

Ecco, tutto il batticuore del congresso sarà per loro, come gli ospiti speciali di Sanremo, quelli che danno lustro alla manifestazione. Per il resto, l’esito è scontato: Matteo e ancora Matteo con la sua corona di fedelissimi, e magari con il generale Vannacci che potrebbe veder saziata la sua ansia di gloria sul terreno con un acconcio incarico di responsabile della Difesa. Il posto giusto per sparare, si fa per dire, contro il piano «ReArmEu» di Ursula von der Leyen, la «guerrafondaia» manovrata da quel «matto di Macron», secondo le più recenti esternazioni del capo leghista. Il quale è come la Torre di Pisa, si inclina si inclina ma non casca mai. Dicono da anni che i governatori del Nord mugugnano contro di lui e che si preparano alla congiura, e che il tempo di Matteo è agli sgoccioli: macché, lui resta in piedi lo stesso. Dicono che gli imprenditori del Nord non gli perdonano di aver messo più fiato sul Ponte di Messina che sulle tangenziali del Lombardo-Veneto, e dicono anche che hanno visto rosso, gli esportatori di Prosecco negli States, quando lui ha definito «un’opportunità per le nostre imprese» i terribili dazi che Trump gli sta scaraventando addosso. Dicono. Epperò lui resta sulla pedana.

I candidati dileguati

Zaia l’eterno contraltare (a proposito: il Doge ci sarà a Firenze o preferirà restarsene a Verona a godersi il Vinitaly?). Oppure Fedriga, l’astro nascente. E persino il cautissimo Giorgetti, magari Fontana: niente da fare, al momento giusto, cinque minuti prima che lo starter esploda il colpo d’avvio della gara, i candidati si dileguano, parlano d’altro, girano al largo, giurano di essere impegnati a fare quello che fanno già con grandissima soddisfazione. Ci aveva provato Romeo a scendere in campo al congresso lombardo, giocato tutto in chiave critica verso la «Lega nazionale» di Salvini, e lì gli è andata anche bene al capogruppo al Senato, però adesso non se ne sa più niente di Romeo, anche lui si è inabissato.

Ogni volta che la Lega è scivolata di un gradino verso il basso nella scala del consenso elettorale, allontanandosi sempre di più da quell’inebriante 30% di tanti anni fa quando Matteo sembrava il padrone d’Italia; ogni volta che il Carroccio ha segnato un «meno» fermandosi a percentuali ad una sola cifra si è detto: Matteo ormai è cotto. E invece lui è rispuntato dal burrone nel quale sembrava stesse precipitando

Ogni volta che la Lega è scivolata di un gradino verso il basso nella scala del consenso elettorale, allontanandosi sempre di più da quell’inebriante 30% di tanti anni fa quando Matteo sembrava il padrone d’Italia; ogni volta che il Carroccio ha segnato un «meno» fermandosi a percentuali ad una sola cifra si è detto: Matteo ormai è cotto. E invece lui è rispuntato dal burrone nel quale sembrava stesse precipitando.

La guerriglia a Meloni e Tajani

Se non temessimo l’ira degli spiriti, potremmo quasi affibbiare a Salvini il celebre soprannome che Montanelli inventò per Fanfani: il «Rieccolo». E come diceva il celebre aretino, «dopo la Quaresima c’è sempre la Resurrezione». Vale anche per Salvini, il vietcong della coalizione di centrodestra, ogni giorno impegnato nella guerriglia a Meloni e a Tajani per conquistare la vetta del più trumpiano di tutti, del più acerrimo nemico delle burocrazie di Bruxelles, del più pacifista in formato putiniano. Ponte o non Ponte, con Salvini avversari e amici continueranno a fare i conti per un pezzo.

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