Pandolfi, un lascito politico di civile convivenza

ITALIA. Con la morte di Filippo Maria Pandolfi, scompare un Grande della politica bergamasca, e non solo. Probabilmente, senza nulla togliere agli altri, il più prestigioso, almeno della sua generazione.

La personalità che è arrivata più in cima, fino alla vicepresidenza della Commissione europea, dopo essere stato più volte ministro e aver sfiorato la guida del governo, rimanendo quello di sempre: un signore confezionato con eleganza nel suo fisico asciutto, colto e di buone maniere. Quel porsi e farsi umano e con il tocco della comprensione, si direbbe, difficilmente replicabile. È stato tante cose, ma soprattutto ha brillato in una: nel suo essere democristiano al servizio dei valori repubblicani. Ha attraversato le lacerazioni del Novecento portando il buon nome di Bergamo nelle sedi che contano, sorretto dalla cultura cattolico-popolare, applicandola alla laboriosità della concretezza. A lui, umanista fattosi uomo dell’economia, è riuscita spesso la sintesi fra il volo pindarico e la gestione ordinaria: l’alto e il basso, l’ideale da inseguire e la razionalità operativa.

La «miglior gioventù» politica

La sua biografia è esemplare di un mondo scomparso, non solo democristiano ma che copre le forze politiche della Prima Repubblica: comunità che si percepivano tali con i connotati della militanza, che sentivano di avere doveri e non solo diritti, che sapevano di dover dare qualcosa alla società. Un’avventura esistenziale e di pensiero. Proprio perché avevano conosciuto privazioni economiche e della libertà, oltre a praticare la fatica di rendere nel vivere di tutti i giorni quella cosa che si chiama democrazia. Nel giorno più triste, che ha colpito la società bergamasca, immaginiamo che il ricordo più corretto di Pandolfi, oltre a indicare i pregi della persona in sé, sia di inserirne la personalità nella vicenda comune di quella che è stata la «miglior gioventù».

Quei volenterosi democratici alle prime armi, ideatori di senso civico collettivo, nel guidare la fragile democrazia italiana e i processi sociali della modernizzazione, hanno pur sempre costruito un patrimonio valoriale che non andrebbe strapazzato. Soprattutto in tempi volgari e di distrazione di massa, in cui s’è indebolita la connessione affettiva fra ceti dirigenti e opinione pubblica

C’è chi, in questi giorni, ha scritto che ci si accapiglia sul passato perché il presente non offre quasi di che discutere. Il mondo per il quale Pandolfi ha lottato con la passione civile dell’umanesimo e non altro, e insieme con lui i suoi compagni di viaggio, ha avuto in sorte un finale traumatico, se non ingrato. A ben vedere nelle riflessioni dei colleghi dell’illustre bergamasco, e rispecchiandosi in lui, si coglie un senso quasi di riscatto, di liberazione da una maltrattamento subito. Certo, non è stato tutto oro, come si sa. Eppure quei volenterosi democratici alle prime armi, ideatori di senso civico collettivo, nel guidare la fragile democrazia italiana e i processi sociali della modernizzazione, hanno pur sempre costruito un patrimonio valoriale che non andrebbe strapazzato. Soprattutto in tempi volgari e di distrazione di massa, in cui s’è indebolita la connessione affettiva fra ceti dirigenti e opinione pubblica.

La grammatica della convivenza civile

Un lascito che potrebbe essere riassunto in una grammatica della convivenza civile, nell’alfabeto di una ricomposizione sentimentale sempre da coltivare e per questo imperfetta, un modo per stare insieme comunque. Quello sforzo necessario (aldilà delle asprezze ideologiche che c’erano, eccome) per convivere fra leali avversari e non nemici, consapevoli che la politica non può essere totalizzante, che la maggioranza non può tutto e che anche chi non la pensa in un certo modo, e per quanto distante da noi, avrà pur sempre le sue buone ragioni.

Ecco, a nostro avviso, l’«egemonia gentile» alla Pandolfi ha rappresentato questo spaccato di sensibilità, perlomeno s’è posta nelle condizioni di averlo come orizzonte. La rivisitazione sofferta di quella stagione non vale in termini di nostalgia, ma di riflessione critica per l’oggi e il domani

Ecco, a nostro avviso, l’«egemonia gentile» alla Pandolfi ha rappresentato questo spaccato di sensibilità, perlomeno s’è posta nelle condizioni di averlo come orizzonte. La rivisitazione sofferta di quella stagione non vale in termini di nostalgia, ma di riflessione critica per l’oggi e il domani. Possiamo imparare dalla parabola esemplare di Pandolfi il nesso con il territorio, la dura scuola della formazione di una classe dirigente che nasce dal basso, la democrazia che si conquista giorno per giorno e che non bisogna mai smettere di studiare la realtà. La politica come arte del possibile e del necessario, riconoscendone i limiti ma valorizzandola come bene comune. Pandolfi, che pure passava per un tecnocrate mite, sottolineava spesso che far di conto, conti pubblici, era fra le massime espressioni politiche. Lo precisava con sofferenza.

Un italiano europeo

Per carattere, e proprio perché aveva visto i guasti prodotti dagli scontri frontali delle ideologie, coglieva il buon senso della mediazione, di potersi trovare al punto d’incontro fra opposti. Si poteva dare ascolto alle rimostranze della conservatrice Thatcher e riservarsi un punto di vista non conflittuale con il comunista Napolitano. È con questo spirito, fermo nei principi ma inclusivo nella prassi, che Pandolfi ha retto il peso del delicato incarico a Bruxelles, meritandosi l’apprezzamento dei vari leader. Un italiano europeo, lo ha definito Prodi riandando, ieri, alla sua lunga amicizia con il leader bergamasco. Un’Europa dalla solennità che quel tempo storico le conferiva: la caduta del Muro, l’età di Delors e Kohl, Giscard e Mitterrand. L’era delle aspettative crescenti e dell’ottimismo prima del rovinoso cammino all’indietro. La stagione dei ricostruttori, le intelligenze che hanno alzato ponti e non muri, ricomponendo i cocci. Pandolfi è stato parte di quella architettura. Rendere omaggio a questo eminente bergamasco significa identificarsi con una certa idea di società per tutti, consegnataci in eredità da un pensiero che sapeva guardare lontano.

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