
(Foto di Ansa)
MONDO. Vista dal nostro Paese, la conferenza stampa di Donald Trump sui nuovi dazi statunitensi in arrivo non può che alimentare un notevole timore sulle prospettive economiche future.
L’export italiano verso gli Stati Uniti lo scorso anno ha superato i 64 miliardi di euro di valore, in crescita di oltre il 42% dal 2019. Tra i Paesi europei, solo la Germania esporta di più dall’altra parte dell’Atlantico. Ci sono almeno 3.300 aziende tricolore, secondo l’Istat, «vulnerabili» rispetto alle scelte protezionistiche in arrivo da Washington. Non a caso Confindustria ha fatto sapere che lo scoppio di una guerra commerciale potrebbe ridurre da subito di mezzo punto all’anno il tasso di crescita del Pil nazionale. La cattiva notizia è che non saranno i nostri timori o i nostri problemi, né quelli di tutti gli Europei messi assieme, a far cambiare idea sul protezionismo al presidente Trump nel breve e medio periodo. La buona notizia, invece, è che presto alla Casa Bianca potrebbero dover prendere in considerazione problemi molto più vicini a sé e di conseguenza correggere la rotta sulle scelte commerciali.
Prima ancora di affidarsi a complicate previsioni, è sufficiente misurare l’incertezza già creata finora dagli annunci trumpiani sui dazi. Le Borse a stelle e strisce, dal cui andamento dipendono tra l’altro le pensioni di milioni di cittadini americani, sono state decisamente sottotono nelle ultime settimane. Gli indici S&P500 e Nasdaq hanno appena messo a segno il loro peggiore trimestre dal 2022, perdendo rispettivamente il 4,6% e il 10% (a lunedì scorso). E ieri sera, mentre il presidente annunciava dazi generalizzati per il resto del mondo a un livello base del 10%, il dollaro si indeboliva rispetto all’euro e i rendimenti dei titoli di Stato americani schizzavano verso l’alto. L’incertezza diffusa non ha travolto soltanto gli investitori finanziari. L’indice Pmi manifatturiero a marzo ha fatto segnare una contrazione negli Stati Uniti, dopo la ripresa di gennaio e febbraio, e secondo il gruppo Ism - che svolge l’indagine - si tratta di una risposta delle aziende alla «confusione sul lato della domanda», dazi in primis. In calo infine, da gennaio, la fiducia dei consumatori statunitensi misurata da Conference Board e Università del Michigan.
Dalle Borse all’opinione pubblica d’Oltreoceano, perché non sembra piacere l’idea di tariffe aggiuntive sulle importazioni verso gli Stati Uniti? Perché in tanti negli States apparentemente non credono al ragionamento di Trump, secondo cui poco importa se le auto straniere costeranno di più - in ragione del balzello del 25% su quelle importate - visto che ci saranno altrettante auto americane da comprare a prezzi inferiori? La convinzione diffusa è che da subito, ovviamente, i produttori stranieri in ogni settore ritoccheranno al rialzo il listino prezzi per fare fronte ai costi extra generati dai dazi. Poco dopo li seguiranno anche i produttori nazionali; questi ultimi all’inizio potranno tentare di acquisire un po’ di quote di mercato interno, dopodiché sarebbe sciocco per loro non aumentare i propri prezzi con l’obiettivo di accrescere i profitti. «Questo è quanto accaduto dopo che Trump alzò i dazi sulle lavatrici durante il suo primo mandato - ha ricordato il Wall Street Journal -. I prezzi delle lavatrici sono cresciuti quasi del 12%, rivelò uno studio, e senza che ci fosse differenza in base al luogo di produzione delle stesse». Più dell’ideologia, insomma, potranno gli incentivi di mercato. Da qui già oggi la notevole impopolarità dell’incremento dei dazi, nonostante Trump sia stato invece promosso dagli elettori (inclusi molti di quelli indipendenti) su contrasto dell’immigrazione illegale e degli e ccessi woke: evidentemente gli americani ritengono che il presidente non si stia muovendo in modo coerente con la promessa elettorale di abbassare i prezzi e contrastare l’inflazione.
«Trump è un vero mercantilista e semplicemente non crederà alle previsioni su quanto potranno andare male le cose - ha detto di recente Michael Strain, capoeconomista del think tank conservatore American Enterprise Institute -. Dovrà mettere la mano sul fornello acceso e tenerla lì fino a quando non riuscirà a sopportare il dolore». Il fornello è acceso e il dolore si comincia già a sentire, per quanto l’inquilino della Casa Bianca possa fare finta del contrario. Sono gli stessi segnali in arrivo da mercati ed elettori degli Stati Uniti a dimostrare che l’innalzamento generalizzato dei dazi è un «errore profondo», per citare le parole usate ieri dal presidente Mattarella. Invece di lanciarci anche noi Europei in una escalation di contro-tariffe e chiusure commerciali a tutto campo, rischiando di rimanere ancora più gravemente scottati, dovremmo ora sbrigarci a calibrare una risposta «serena, compatta e determinata» per spingere Trump a ritirare la mano (protezionista) il prima possibile. Nell’interesse comune delle due sponde dell’Atlantico.
© RIPRODUZIONE RISERVATA