
(Foto di Foto San Pellegrino)
La città della Belle Époque splendeva grazie agli aristocratici che frequentavano le terme, ma furono i lavoratori a renderla nobile e accogliente. Maestri, ostetriche e notai garantivano i servizi essenziali
Culla della Belle époque grazie alle sue terme, al Casinò e al Grand Hotel e conosciuta in tutto il mondo per la sua acqua, San Pellegrino ha scritto alcune delle più belle pagine di storia della nostra terra. Oggi, con il progetto «Ogni vita un racconto» facciamo tappa nel cuore della Val Brembana, portando alla luce ricordi di uomini e donne che hanno legato la loro vita alla crescita di questa comunità.
Tra le testimonianze più significative troviamo l’esempio di Luigi Micheli, scomparso nell’aprile 1971 a 78 anni dopo una vita a servizio della famiglia e del lavoro. Dopo aver partecipato alla Grande guerra nel Corpo degli Alpini, Luigi condusse con il padre un antico mulino, di cui già negli anni Settanta non ci furono più tracce. «Con la nascita dei nove figli – si può leggere su L’Eco di Bergamo del 1971 – aveva dovuto per necessità abbandonare il duro mestiere del contadino, per andare alle terme, dove aveva lavorato per circa 20 anni».
Non è bastato un articolo pubblicato l’8 novembre 1972 sul nostro quotidiano a riassumere invece la vita del geometra Giovan Maria Omacini, nato 74 anni prima a San Cristobal, in Argentina, sposato con Giuseppina e padre di Giuseppe, Gian Mario e Maria Luisa. Arrivato in Italia a 5 anni, Giovan Maria si diplomò al collegio Baroni e, dopo il primo conflitto mondiale, si inserì nella vita civile, collaborando prima alla realizzazione del Ponte nuovo di San Pellegrino e poi come commissario prefettizio a Serina e Piazza Brembana. Tra le cariche che ricoprì negli anni si ricordano quelle di presidente del Collegio dei geometri, vicepresidente dell’Ospedale di San Giovanni Bianco, vicepresidente del BIM, vicepresidente della Commissione distrettuale Imposte, tecnico comunale del Comune di San Pellegrino e, dal 1968, senza interruzione, Giudice conciliatore di San Pellegrino. Per il suo impegno fu insignito della onorificenza di Cavaliere ufficiale al merito della Repubblica.
Spese tutta la sua vita per la valle, da una stazione all’altra, Ippolito Cadonati, capostazione dell’ex ferrovia della Val Brembana deceduto all’età di 76 anni nel 1975. «Era partito come semplice fattorino per diventare, grazie alle doti naturali e alla preparazione soda che gli erano riconosciute, capostazione – ripercorsero le cronache di quegli anni –. L’ultima sua tappa, dal 1936 al 1958, l’aveva svolta a San Pellegrino. Una nota che piace sottolineare è stata quella sua accesa predisposizione per i giardini fioriti, che allestiva dovunque arrivava. E anche in questa sua passione è facile cogliere la semplicità schiva dell’uomo, che aveva educato secondo sani principi i figli, sulla scorta di un provato esempio di fede e di vita intensamente vissuta. Finché le forze lo sorressero, non cessò un giorno di servire i nipoti con quella carica di affetto e di semplicità che erano state le caratteristiche dominanti di una intera, laboriosa esistenza. Se n’è andato, quasi in sordina, senza disturbare».
Altre donne straordinarie furono l’ostetrica Lina Donati e l’insegnante Antonietta Amaglio. La prima, scomparsa il 20 marzo 1978, prestò la sua opera in paese, curando in particolare le contrade e le case sparse sui monti prima di ricevere la condotta in Polesine. «La sua fu una vera missione di bene – scrissero in sua memoria –. Non solo curava con competenza le mamme e i piccoli che spuntavano alla vita, ma sapeva anche dire buone parole e, all’occorrenza, rimproverare e correggere con franchezza quanti avvicinava. Per la sua opera altamente sociale ebbe la medaglia d’oro di riconoscimento».
La seconda, Antonietta, fu amata nell’ambiente scolastico, dove prestò la sua opera di convinta educatrice per ben 46 anni. «Intere generazioni di concittadini – confermarono in un articolo del novembre 1978 – hanno avuto da lei i primi e i più duraturi elementi non sono di grammatica e di aritmetica, ma anche di educazione morale , civile e religiosa». Antonietta morì all’età di 78 anni il 22 novembre 1978.
Infine, nel dicembre 1984, la comunità di San Pellegrino si strinse attorno ai familiari del notaio Gianmario Grazioli, che ci lasciò nel dicembre 1984. «Primogenito del notaio Antonio Grazioli, che aveva la sede a Zogno ed era stato anche sindaco di San Pellegrino nel fulgore della Belle époque, gli era venuto del tutto naturale seguire – si ricordò nell’edizione de L’Eco di Bergamo del 10 dicembre 1984 – la tradizione degli antenati, conosciuti da secoli come “notari”» . Antonio esercitò la professione per oltre quarant’anni, un tempo segnato dalla riconoscenza e dalla stima di innumerevoli clienti.
Ricordato come «valoroso cantore», è mancato a 56 anni, il 19 giugno 1985, Luigi Milesi , per gli amici «Luìgeto». Luigi, che lavorò alla Fir di San Pellegrino fino alla soglia della pensione, fu uno degli uomini di punta della Scuola di canto di San Pellegrino. «La sua voce di “basso”, che gli piaceva far “esplodere”, la usava come strumento in quel contributo che rende più suggestive le ricorrenze – fu il ricordo pubblicato sul nostro quotidiano il 24 giugno 1985 –. Dopo la famiglia e il lavoro questa del canto è stata la sua grande passione, servita e coltivata malgrado il salire negli anni e malgrado l’attenzione ai molti impegni familiari». I funerali di Luigi furono particolarmente sentiti dalla comunità: tutto il paese si strinse infatti con affetto attorno alla moglie Maria Rodeschini e ai tre figli Angela, Enrico e Matteo.
San Pellegrino pianse il 22 ottobre 2009 la morte a 73 anni di Giuseppe Milesi, per tutti «Bigio». Di lui rimarranno sempre i suoi amati burattini, i suoi famosi biscotti a mezzaluna e la storica pasticceria, inaugurata nel 1934 e ancora oggi un simbolo per tutto il paese. Dal padre Luigi, negli anni Sessanta il burattinaio più famoso di tutta la provincia, Giuseppe «Bepi» Milesi ereditò, oltre che l’arte della pasticceria, l’amore per le tradizioni popolari, «con le sue maschere che prendevano vita ogni volta davanti a decine di bambini, a bocca aperta ad ascoltare storie della valle». «Per anni – ricordò un amico – andò nelle scuole della valle a far scoprire il mondo dei burattini. Arrivava con le maschere in un sacco di juta e poi, tra una battuta e l’altra, insegnava ai ragazzi come nascevano e come si dovevano muovere. Era un vero maestro».
Il 1° agosto nel 1971 si spense a San Pellegrino Terme Severino Frassoni , per tanti anni direttore della Centrale elettrica Colleoni e tra i fondatori, nel 1931 insieme al Cavaliere Ermenegildo Zanchi, del Gruppo Grotte. Dopo la pensione raggiunta negli anni Sessanta, Frassoni si dedicò in modo particolare alla speleologia. «Insieme a Zanchi– sottolinearono le cronache del tempo – firmò una mirabile, profonda, entusiastica valorizzazione delle Grotte delle Meraviglie e di quelle del Sogno. Su riviste specializzate e non specializzate aveva inserito il frutto paziente dei suoi studi, che coltivava senza defezione di palpiti anche al traguardo dei suoi 70 anni di vita. Le grotte erano via via divenute come il suo alimento quotidiano, di cui avidamente si cibava. Delle Grotte aveva altresì tenuto il catasto per tutto il Nord della Lombardia». Sposato con la signora Teresa Salvi, ebbe quattro figli.
© RIPRODUZIONE RISERVATA