Monterosso, laboratorio sociale vincente

Il quartiere si distingue per accoglienza e generosità. Tra Avis, Uildm e lo stadio, emerge una rete di persone speciali, ricordate anche nella cronaca di alcuni storici funerali che ne raccontano l’identità locale.

Ogni Vita Un Racconto Ogni Vita Un Racconto

Nato negli anni Sessanta, il quartiere di Monterosso si è sviluppato come un cantiere a cielo aperto, accogliendo nel tempo generazioni di abitanti e culture diverse. In questo angolo di città, attraversato dal torrente Tremana, l’accoglienza, l’integrazione e la generosità sono sempre stati tra i segni distintivi: questi valori hanno infatti dato vita anche serie di realtà che hanno trasformato il volto non solo del quartiere, ma di tutta Bergamo. Qui, ad esempio, trovano casa l’Avis provinciale e la sezione bergamasca dell’Unione italiana per la lotta alla distrofia muscolare (Uildm).

Oggi, grazie al progetto «Ogni vita un racconto», cerchiamo di recuperare alcune delle storie più belle dei residenti di Monterosso, donne e uomini che con la loro semplicità e autenticità ci permettono di capire la pienezza della vita. È il caso dell’esempio di Camilla Bertacchi Locatelli, deceduta il 28 novembre 1976 all’età di 69 anni e moglie del dottor Giuseppe Locatelli, per molti anni «medico condotto di Monterosso e Borgo Santa Caterina, un professionista largamente stimato». Dedita alla famiglia e all’educazione dei loro dieci figli, Camilla accolse con umiltà il riconoscimento che «la comunità attribuì al marito decretandogli il titolo di commendatore in ossequio alla sua attività di sanitario a favore di quanti avevano bisogno».

Tutto il quartiere partecipò anche, con grande affetto, ai funerali, nel novembre 1989, della decana Margherita Gaido in Marengoni, amata professoressa mancata all’età di 104 anni. Oltre ai parenti, alla funzione partecipò, come sottolineava L’Eco di Bergamo del 24 novembre 1989, «una vera e propria folla di ex alunni, di figli di ex alunni e di colleghi che hanno sempre continuato a mantenere un affettuoso contatto con la professoressa, che fu non solo un’insegnante di matematica, ma soprattutto un’amica degli alunni che sapeva comprendere e con i quali sapeva allacciare rapporti umani di estrema sensibilità». Nata a Sanremo nel 1885, Margherita si era laureata in matematica all’Università di Torino nel 1908 e aveva iniziato la carriera di docente, arrivando a Bergamo nel 1916 all’Istituto Secco Suardo. Nella nostra città trovò «il compagno della sua vita, il professor Ardiccio Marengoni, col quale formò la sua nuova famiglia, allevò ed educò i suoi 4 figli».

Il 10 aprile 1975 Monterosso salutò per l’ultima volta, dopo una lunga malattia e a soli 53 anni, Andrea Bellofatto, appuntato di «Pubblica Sicurezza» sposato con Gabriella e padre di due figli, Giuseppe e Giorgio. Dopo aver partecipato alle operazioni belliche in Africa Orientale, nel 1951 arrivò a Bergamo e lavorò per 24 anni «dimostrando serietà e capacità professionale» ottenendo anche medaglia d’argento al merito di lungo servizio.

Il nome del quartiere si lega inevitabilmente allo stadio di Bergamo e al mondo Atalanta, soprattutto perché a Monterosso è nato il calciatore Piermario Morosini, scomparso tragicamente a soli 25 anni il 14 aprile 2012 a Pescara, stroncato da un malore durante una gara del campionato di serie B. Piermario, dopo gli esordi nella Polisportiva Monterosso, decise di crescere nel settore giovanile nerazzurro, vincendo uno scudetto Allievi Nazionali nel 2002. Nella sua carriera non riuscì mai ad esordire con la prima squadra, ma indossò le maglie del Livorno, dell’Udinese, del Bologna, del Vicenza, della Reggina e del Padova. La notizia della morte provocò un grande dolore nei cuori di tutti in città, con oltre 5.000 persone che si strinsero nel quartiere per dare l’ultimo saluto al giovane calciatore.

Un grande dolore che venne provato dalla comunità bergamasca anche il 6 aprile 2013, quando nella sua villa a Monterosso si spense a 68 anni Ivan Ruggeri, l’indimenticato presidente dell’Atalanta colpito da un’emorragia celebrare nel 2008 mentre stava raggiungendo la sede nerazzurra di Zingonia. In 14 anni di presidenza, dal 1994 al 2008, Ruggeri ha conquistato quattro promozioni in serie A. Nel corso della sua vita, oltre a una grande passione per il ciclismo che gli permise di collezionare in gioventù successi e piazzamenti importanti, si dedicò anche al basket come vicepresidente della Binova – l’unica squadra di Bergamo che ha raggiunto la serie A1 – e come dirigente della storica società del Celana.

Giovanni Rota: sacrista e campanaro

Monterosso pianse il 14 aprile 1991 la morte a 81 anni di Giovanni Rota, noto campione di tamburello negli anni Trenta, uno sport molto praticato al tempo. Dipinto come un galantuomo e molto conosciuto in parrocchia per la sua attività di sacrista e campanaro, Giovanni prese parte alla Seconda guerra mondiale come artigliere di montagna e, dopo il conflitto, lavorò in Svizzera per sostenere tutta la famiglia. Rientrato in Italia, oltre all’attività di operaio, lavorò anche la terra, una sua antica passione. Sposato con Maria, ebbe con lei sei figli: Paolina, Pina, Adriano, Angiolina, Valeria ed Emilia. Raggiunta la pensione, «il buon Giovanni accettò di collaborare con il parroco di Monterosso con molta modestia e semplicità in mille mestieri riguardanti l’attività parrocchiale. Fu un padre premuroso e esemplare, capace di donare con un sorriso».

La «Teresa di mòbei» : vedova imprenditrice

Per tutta la città era la «Teresa di mòbei». A 74 anni morì il 16 ottobre 1971 Teresa Tezza vedova Carminati, residente in viale Giulio Cesare, nel quartiere di Monterosso. Dopo la scomparsa del marito, grande invalido della prima guerra mondiale e alfiere della Sezione Mutilati di Bergamo, avviò una piccola attività commerciale per poter far crescere con cura e attenzione i due figli, Vittorio e Lina. Il lavoro culminò con l’apertura di un negozio di mobili usati in via S. Tomaso de’ Calvi ed è per questa ragione che venne ricordata da tutti con l’appellativo «Teresa dei mobili». «D’animo buono e generoso – ricordarono sul quotidiano – Teresa ha dedicato tutta la vita all’educazione dei figli dando loro un esempio di laboriosità e di rettitudine». I funerali si svolsero il 18 aprile partendo dalla Casa di Riposo di Scanzorosciate, struttura che l’accolse poco prima della morte.

Fabrizio Daldossi: dalla sua storia nacque la Uildm

Il sorriso di Fabrizio Daldossi si spense per sempre a soli 17 anni il 19 luglio 1971, colpito dalla distrofia muscolare progressiva. Nato nel 1954, a Fabrizio, che visse con la famiglia in via Ponchia, si manifestarono presto i primi sintomi «di quella inesorabile malattia contro la quale la scienza non ha ancora trovato validi rimedi». «Lo ricordiamo – scrissero le cronache del tempo – adagiato su una poltroncina, le membra inerti e insensibili agli stimoli di una intelligenza vivace e aperta, lo sguardo rassegnato di chi della vita ha provato solo la sofferenza, il sorriso difficile e amaro di chi non sente più nemmeno la forza di sperare. Lo ricordiamo mentre leggeva o disegnava, tra mille difficoltà, accanto al fratellino Ezio, malato come lui, sotto lo sguardo vigile e amorevole della mamma Annamaria e di papà Daldossi, il coraggioso fondatore della Uildm di Bergamo».

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