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Parità di genere, inedita?

Articolo. A fianco della programmazione tradizionale di Eppen usciranno da oggi approfondimenti su diversi temi legati al femminile per arricchire quel bagaglio di conoscenze che coltiviamo da anni

Lettura 6 min.
(Illustrazione di Elisa Puglielli - Yoonik)

Ragazze, come stiamo “davvero”? Per certi versi meglio, per altri dobbiamo tenere dritte le antenne. Per dare corpo ad alcuni aspetti del tema, il gruppo di autrici e autori di Eppen ha scelto dei campi di indagine nei quali sono esperti e hanno provato a scavare. Ne sono usciti approfondimenti interessanti su machismo in azienda, sul ruolo delle associazioni e delle consigliere di pari opportunità, libri da leggere e film da vedere, migrazioni al femminile, diplomazia, tecnologia e medicina di genere. Ne proponiamo uno al giorno a partire da oggi a fianco della programmazione tradizionale di Eppen.

Negli scorsi anni le nostre “buone maestre” ci hanno condotto per mano per uscire dagli stereotipi di un femminismo rassicurante e appagato e con Silvia Barbieri, Carmen Pellegrinelli e Chiara Donizelli siamo tutte salite sul palco portando qualche sogno e parecchi mal di pancia. Oggi proseguiamo il viaggio arricchite del bagaglio che ci regalano tutte le donne. Non dovremmo dirlo, ma il 60 per cento di chi legge Eppen sui social è donna e sulla quarantina di persone che collaborano al mondo Eppen, meno di 15 sono uomini.

Alcune lampadine da tenere accese per illuminare il sentiero

Partiamo dalle riviste femminili che godono di un punto di vista privilegiato per osservare i cambiamenti del ruolo della donna nella società. Due riviste, due slogan e due epoche. «La donna» era una rivista quindicinale nata nel 1905 come supplemento femminile illustrato de La Stampa di Torino e de La Tribuna di Roma. Si rivolgeva a un pubblico femminile borghese con una serie di rubriche relative alla cura della casa, alla bellezza e all’igiene del corpo. Insieme si trovavano anche gli aggiornamenti sui temi culturali e di attualità e un‘attenzione era riservata a figure femminili di valore italiane e straniere. Facciamo un salto di oltre un secolo e arriviamo ad un’altra rivista, «Io Donna», il femminile del Corriere della Sera. I temi che tratta si articolano in moda, beauty, attualità, benessere e cultura. Sono rimasti gli stessi in effetti. È cambiato qualcosa o ci illudiamo solo che sia cambiato?

Lo abbiamo chiesto a Maria Elena Viola, una vita a dirigere riviste femminili (da «Gioia» a «Elle» a «Donna Moderna»).

«Le tematiche femminili sono le stesse, cambia il taglio con cui vengono affrontate. L’abilità e il successo di un buon magazine è quello di intercettare le battaglie più urgenti e codificare ed utilizzare il linguaggio giusto. Un esempio: il primo numero di «Donna Moderna» nel 1988 aveva in copertina una modella in tailleur, ovvero una donna in carriera che scommetteva sul lavoro e sulla sua capacità di emergere là dove in pochissime ce la potevano fare. Restando oggi sul tema “lavoro” il pensiero è cambiato. Il tailleur ha ceduto il posto allo smart working e a un’idea di professione che lasci il tempo anche per i viaggi, le relazioni e le attività culturali. Oppure viene affrontato per trovare un “piano B”, ovvero il lavoro di riserva da trovare assolutamente dopo aver perso, a 50 anni, il proprio».

Il lavoro è al settimo posto nella top ten delle nostre priorità: lo rileva il sondaggio realizzato con l’Istituto di ricerca Swg per conto della rivista «Donna Moderna», che ha celebrato i suoi 35 anni di vita nel 2023. Il senso stesso del lavoro non esprime più il concetto “tempo in cambio di denaro”, ma un’attività che ci deve far star bene, piacere, insegnare cose nuove e far crescere. Questo sebbene l’occupazione femminile sia ancora un neo in Italia, che si posiziona tra i Paesi con meno parità di genere in questo campo in cui la differenza di salario è ancora un tema di stretta attualità.

Solo il 55% delle donne in Italia ha un lavoro regolarmente pagato. La percentuale più bassa in Europa dove la media è del 69%, (fonte: Servizio studi della Camera).

Dalla bellezza alla beauty routine personalizzata

Quanto contano la bellezza e il benessere per noi donne? Resta il tabù principale per noi donne, in primis per la Generazione X: il corpo, le rughe, le smagliature, nonostante l’ondata body positive, ci perseguitano. Quel «sei brutta» che ci dicono o che sentiamo sussurrato, ci resta incollato addosso e per superarlo facciamo sacrifici inauditi.

«Negli anni Ottanta – sostiene Maria Elena Viola – moda e bellezza erano dettati, letteralmente “imposti”, dal pensiero dominante che si declinava nelle riviste e sui media. Oggi non ci sono più i capi must have, è diventata un’espressione che fa ridere. Oggi la comunicazione su moda e bellezza consiglia al suo pubblico che è perfettamente in grado di scegliere, e anche di bocciare, le nostre proposte. Siamo a fianco delle donne, come amiche con un approccio plurale e inclusivo. Questo porta con sé il motivo per cui compriamo un abito o ci trucchiamo. Per chi lo facciamo? Per noi. Solo e soltanto per star bene noi. Conquistata la capacità di spesa e l’indipendenza economica, la donna non vorrebbe rispondere ad alcun cliché, ma è disposta ad ascoltare consigli. C’è poi un aspetto da non sottovalutare: la moda e lo storytelling su di essa ha ridato vitalità al femminismo. Nel settembre 2016 Maria Grazia Chiuri, prima stilista donna della maison Dior in 70 anni di storia, realizza per la sua collezione di debutto la T shirt “We should all be femminists”. Viene sdoganato e, in qualche modo reso pop, un filone sopito del femminismo».

Prosegue il sondaggio: non solo la bellezza resta importante, al primo posto nella costellazione dei valori e le priorità delle donne italiane c’è per il 59% di esse la salute, seguita da famiglia e rispetto per se stesse. La paura più grande è quella di ammalarsi perché stare male in una società capitalistica e competitiva come la nostra può essere considerato un ostacolo grave che ci impedisce di essere produttive. Nella salute c’è anche l’attenzione alla forma fisica. Le generazioni precedenti non avevano questo attaccamento alla cura della persona, erano più sensibili all’appartenenza a un’ideologia, alla costruzione culturale e collettiva del sé. Al tramonto di questa identità collettiva, l’individualismo prende piede e il nostro corpo diventa il centro

Questo vale per tutte le donne?

«Per niente. Nella scuola di moda in cui insegno – dice Maria Elena Viola – ho chiesto alle studentesse se comprano e leggono le riviste femminili cartacee o se seguono i nostri canali digitali. Mi hanno risposto che non ci si riconoscono. A maggior ragione parlo delle donne che provengono da altre culture con sistemi valoriali diversi. La nostra editoria non ha ancora raggiunto la capacità inclusiva che hanno le riviste “cugine” del Nord Europa. È una frontiera da esplorare».

Conquistare il potere per cambiarlo

Nel commento al sondaggio da parte di un’imprenditrice (e autrice de «La maternità è un master» ed. BUR), Riccarda Zezza, si parla anche di potere. «Ci manca perché non ce lo danno o perché non ce lo prendiamo? Con la consapevolezza acquisita, abbiamo realizzato che le difficoltà che continuiamo ad incontrare nel lavoro in società non dipendono da noi perché non siamo abbastanza ambiziose o abbastanza competenti. È il sistema che non funziona! Per questo noi donne abbiamo la responsabilità di prendere il potere che ci spetta, ma soprattutto abbiamo il dovere di cambiare le regole. È indispensabile inventare un modo nuovo che ci consenta di distribuire il carico emotivo e mentale della responsabilità. Se il potere lo prendiamo per tenerlo lì, allora il potere (con le regole dettate storicamente dagli uomini) ci distrugge». Femminismo non è uguaglianza di genere, ma il raggiungimento delle pari opportunità per donne e uomini.

Abbiamo conquistato tutto?

«Non tutto – confessa Viola – Semmai la mia generazione si è caricata tutta la fatica di essere insieme moglie, lavoratrice, mamma, bella, efficiente, sportiva. La prossima giustamente sta mettendo dei paletti».

Se poi il prodotto da vendere diventa la donna stessa? Tra le sfide aperte c’è anche quella di non strumentalizzare il percorso di consapevolezza verso la parità di genere. Può accadere quando le aziende, come scrive Jennifer Guerra ne «Il femminismo non è un brand» fanno un po’ di pink washing, ovvero promuovono i valori della promozione della donna per cavalcare l’onda dei top trend.

Oggi non si vende più solo un prodotto. Le grandi marche veicolano i valori, le scelte valoriali e come strategie di marketing sposano una battaglia. Hanno policy interne che vogliono comunicare all’esterno. Se davvero tutte le aziende facessero endorsement ai valori femminili, le rilevazioni dell’European Institute fon Gender Equality sarebbero ben diverse. Nel Gender Equality Index redatto dall’organismo autonomo dell’Unione Europea, che vuole contribuire a rafforzare e promuovere la parità di genere, i Paesi UE mostrano un punteggio superiore ai 70 punti per la prima volta. Tuttavia l’Italia ha totalizzato 69,2 punti. Questo indice attribuisce annualmente ad ogni Paese un punteggio complessivo da 1 a 100 basandosi su sette macro-dimensioni: potere, partecipazione al mercato del lavoro, salute, tempo, violenza, educazione e ricchezza. Un punteggio pari a cento rappresenterebbe il raggiungimento della piena parità tra donne e uomini. Alcuni Paesi, come Finlandia e Francia, hanno sperimentato una stabilizzazione o addirittura un calo nei loro punteggi, dimostrando che i progressi finora raggiunti non possono essere considerati automatici né definitivi.

Anche Eppen sta promuovendo un breve sondaggio (niente di scientifico, ci serve solo per orientarci) per misurare la “temperatura” sulla parità di genere tra le nostre lettrici e i nostri lettori. Chimamanda Ngozi Adichie e il suo «Dovremmo essere tutti femministi» (Einaudi, 2015) ce lo dice chiaramente: il tema riguarda uomini e donne. L’aggiornamento del codice di relazione tra i sessi richiede una formazione reciproca a partire da linguaggio come dice Vera Gheno. In Italia fino al 1950 le minorenni violentate finivano in riformatorio, solo alla fine degli anni Novanta la violenza sessuale è stata riconosciuta nel Codice penale come «delitto contro la persona» e non «contro la morale». A noi che scriviamo il compito di imparare a dare il nome alla realtà e a cambiare certi titoli. Non più «La tal donna è stata violentata», ma «Il tal uomo ha violentato una donna».

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