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«Ti guardano come se fossi parte della foresta»: Shelly Masi e una vita tra i gorilla

Articolo. Dal colpo di fulmine agli oltre vent’anni di ricerca nella foresta dell’Africa centrale: la primatologa, ospite di «BergamoScienza» sabato 3 ottobre, racconta la vita sociale, l’intelligenza e la fragilità dei gorilla occidentali tra cambiamenti ambientali e minacce alla loro sopravvivenza

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(Foto di Marcella Sanna)

A otto anni Shelly Masi guardava i documentari sugli animali e aveva già le idee abbastanza chiare. Nata a Roma nel 1977, ma aveva trascorso i primi anni della sua vita in Africa. Conosceva tutte le specie della savana, ma i primati non le interessavano.

«Li vedevo troppo simili all’uomo, ma nei lati negativi, come gli scimpanzé che si facevano la guerra». Poi, un giorno, arrivò proprio in un documentario un’immagine capace di cambiare il corso della sua vita. Due gorilla osservano un camaleonte. Uno dei due lo accarezza, gentilmente, dalla testa alla coda. «Mi ha affascinato che un animale si interessasse a un altro animale e quello che mi allontanava prima da loro, cioè l’essere troppo simili a noi, è diventato ciò che mi ha fatto innamorare di loro». Nacque un sogno, che sembrava destinato a rimanere tale: studiarli e capire il loro comportamento.

Quel sogno, invece, è diventato un mestiere. Oggi Shelly Masi è primatologa e docente al Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi, dove dal 2013 lavora nell’unità di ecoantropologia. La sua ricerca si concentra soprattutto sui gorilla occidentali, che studia da oltre vent’anni nelle foreste dell’Africa centrale, all’interno del sito Dzanga-Sangha Protected Areas. Sarà lei una delle protagoniste di «BergamoScienza» 2026, la XXIV edizione del festival scientifico in programma dall’1 all’11 ottobre con un calendario di incontri, conferenze, laboratori e appuntamenti dedicati alla divulgazione scientifica. Sabato 3 ottobre alle 17, sarà relatrice dell’incontro « Nella foresta pluviale: cognizione e intelligenza nei gorilla », moderato da Silvana Condemi. Al centro ci saranno la sofisticata vita sociale dei gorilla, la loro memoria spaziale, le capacità cognitive e le minacce che mettono a rischio la loro sopravvivenza.

Otto anni per diventare una presenza neutrale

Il primo incontro di Masi con un gorilla non fu esattamente quello che una bambina avrebbe potuto sognare. Il gruppo che lei e il team stavano cercando non era ancora abituato alla presenza umana. Si avvicinarono troppo e il silverback, il maschio adulto dal dorso argentato che protegge il gruppo, si fece avanti per stabilire un confine: «È saltato fuori dalla vegetazione a un metro e mezzo da noi, prendendo la gamba del nostro battitore e graffiandolo».

Non era ancora il momento di osservare i gorilla da vicino. Prima sarebbe stato necessario diventare una presenza tollerabile, quasi invisibile. Con i gorilla di pianura occidentali il processo di abituazione può durare fino a otto anni. All’inizio gli animali urlano, cercano di intimidire gli intrusi, possono caricare a grande velocità. L’essere umano deve restare fermo, aspettare, lasciare che l’animale impari che non costituisce una minaccia.

Entrare nella testa di un gorilla

Una volta raggiunto un livello sufficiente di abituazione, il lavoro può finalmente cominciare. Quando Masi è arrivata in Africa aveva in mente soprattutto il modello del gorilla di montagna, il più conosciuto anche grazie agli studi di Diane Fossey: una società apparentemente dominata dal silverback, maschio adulto e leader indiscusso del gruppo. L’osservazione prolungata dei gorilla occidentali ha restituito un quadro più complesso.

A guidare il gruppo, nella vita quotidiana, sono spesso le femmine. Sono loro a camminare davanti al maschio e a condurre il gruppo verso gli alberi da frutto. Possiedono una sorta di mappa mentale della foresta: ricordano dove si trovano le risorse e in quale stagione saranno disponibili. Il maschio assume invece il comando quando il gruppo deve essere difeso da un pericolo. Anche le decisioni sulla composizione del gruppo possono passare dalle femmine. Masi racconta il caso della femmina dominante del gruppo Makumba, che aveva impedito ripetutamente ad altre femmine di unirsi al gruppo nonostante il silverback le avesse accolte. Aveva riconosciuto che il maschio, ormai anziano, non avrebbe avuto la forza necessaria per proteggerle. Poco più di un anno dopo, quel maschio sarebbe stato aggredito e ucciso.

Seguendo le femmine respinte dal primo gruppo, Masi ha osservato qualcosa che riteneva quasi impossibile: un gruppo tutto al femminile, rimasto per più di sei mesi senza un maschio, capace di organizzarsi autonomamente e di proteggersi sugli alberi. «Avevo le lacrime agli occhi per la commozione a guardarle», racconta. Una delle femmine, in particolare, aveva assunto comportamenti che ricordavano quelli di un silverback, pur avendo una corporatura che era circa la metà di quella di un maschio adulto.

La foresta come memoria

Una delle minacce alla sopravvivenza di questa specie è quella che colpisce al cuore del loro habitat: la foresta.

Gli effetti della frammentazione dell’habitat sono stati studiati soprattutto nei gorilla di montagna: spiega Masi che con la deforestazione «ci sono molti più scontri tra gruppi, molti più infanticidi (fino a sette volte di più) e molti più decessi di silverback , che si battono alla morte pur di difendere la propria famiglia».

Per i gorilla di pianura occidentali la situazione è in parte diversa. Vivono in aree dell’Africa centrale ancora relativamente poco popolate e dove vaste porzioni di foresta sono rimaste intatte. Ma questo non significa che siano al sicuro.

In Repubblica Centrafricana, a rendere più fragile la situazione è l’instabilità politica. La guerra civile ha favorito una maggiore presenza di armi e quindi di bracconieri. Quando Masi è tornata sul campo dopo tre anni di assenza, ha trovato una foresta diversa. Più accessibile, più attraversata, più pericolosa.

«L’hanno ucciso a 40 metri da me», racconta parlando di uno dei gorilla che aveva seguito fin da piccolo e che nel frattempo era diventato un giovane silverback. Normalmente la presenza dei ricercatori tiene lontani i bracconieri. In quel caso non è bastato.

C’è poi un paradosso: la stessa deforestazione che riduce l’habitat dei gorilla può rendere la foresta più facilmente accessibile, aprendo nuove vie e facilitando così il bracconaggio. Inoltre, aumenta il contatto tra esseri umani e animali selvatici, e con esso il rischio di zoonosi.

Quando una malattia attraversa la foresta

«I gorilla sono molto simili a noi. Condividono con gli esseri umani circa il 98% del DNA», spiega Masi per far capire come, proprio per questa vicinanza biologica, possono essere esposti alle nostre malattie, «ma loro non hanno le difese immunitarie per reagire».

Nei campi di ricerca Masi e il suo team utilizzavano la mascherina già da prima della pandemia di Covid-19. Se un ricercatore non sta bene, non entra nella foresta. Anche quando è sano, mantiene precauzioni per evitare di trasmettere ai gorilla infezioni respiratorie.

La questione diventa ancora più drammatica quando si parla di epidemie. Ebola ha provocato vere e proprie stragi tra i gorilla dell’Africa centrale: Masi ricorda aree del Congo nelle quali, all’inizio degli anni Duemila, il virus avrebbe ucciso fino al 90% della popolazione.

I gorilla sono particolarmente vulnerabili anche per una caratteristica della loro organizzazione sociale. Non sono animali fortemente territoriali: gruppi diversi possono incontrarsi e questo facilita la trasmissione di un virus da un gruppo all’altro.

Una specie dal tempo lento

A rendere ancora più grave l’impatto delle minacce è la lentezza con cui i gorilla si riproducono e crescono: «un piccolo di gorilla viene svezzato a 4 anni e diventa adulto a 16-18 anni», spiega Masi.

Questo significa che un singolo animale adulto non è facilmente sostituibile. E significa anche che l’uccisione di un gruppo per catturare un piccolo ha conseguenze che vanno molto oltre il singolo individuo.

Il traffico illegale di gorilla, scimpanzé e oranghi continua infatti a esistere nonostante il divieto di prelevare questi animali in natura. I piccoli possono essere destinati a strutture private e, per catturarne uno, può essere necessario uccidere l’intero gruppo che lo protegge.

Anche la carne rappresenta un problema. In alcune aree dell’Africa centrale e occidentale la carne di gorilla viene consumata e considerata pregiata; la situazione diventa particolarmente grave quando gli animali vengono uccisi in modo sistematico e la carne viene trasportata verso i grandi centri urbani.

A queste pressioni si aggiunge il cambiamento climatico. È forse uno degli aspetti che più hanno colpito Masi negli ultimi anni: «Lavoro lì da 26 anni e nel tempo ho visto sempre più gli effetti sulla disponibilità del cibo di cui i gorilla si nutrono. Ci sono stati molti anni in cui la pioggia era in ritardo, la frutta non maturava e i gorilla si comportavano in modo diverso perché non avevano modo di soddisfare il loro regime alimentare: cercavano i nutrienti in maniera diversa, consumando le loro feci o frutta andata a male».

Essere parte della foresta

Dopo oltre vent’anni, Masi continua a parlare dei gorilla con una forma di meraviglia che sembra rimandare direttamente a quella bambina di otto anni: «Conoscerli e essere osservati da loro è un privilegio incredibile, indescrivibile. Vedi questi occhi che sono praticamente umani, stanno lì seduti e ti guardano come se fossi parte della foresta».

Sabato 3 ottobre, a «BergamoScienza», Masi porterà sul palco la complessità che l’ha tanto affascinata: parlare di cognizione e intelligenza nei gorilla significa parlare di memoria, comunicazione e relazioni sociali, ma anche dell’ambiente che rende possibili quei comportamenti. Osservare che cosa accade quando la foresta cambia significa capire quanto sia difficile separare la storia di una specie dalla storia dell’ecosistema che la sostiene.