Mao Zedong morì nel 1976, con cinque figli al suo capezzale. In totale, ne aveva avuti sette: uno era morto da bambino, mentre l’altro era caduto in guerra, in Corea. Mao credeva nel detto di Confucio secondo cui «i figli portano la felicità» e sosteneva che l’autosufficienza cinese potesse essere raggiunta solo aumentando a dismisura la popolazione. Tre anni dopo la sua morte, Deng Xiaoping introduceva la «politica del figlio unico»: un solo figlio per donna, in barba a quanto teorizzato da Mao. Lo stesso Deng, all’epoca, di figli ne aveva ben quattro. Da allora, la «politica del figlio unico» è stata progressivamente rivista e infine abbandonata nel 2013, ma ha fatto dei danni enormi.
La Cina è uno dei pochi Paesi asiatici in piena crisi demografica, insieme al Giappone e alla Corea del Sud. E il problema della popolazione non è il più pressante: se il fronte interno scricchiola, anche la contesa internazionale con gli Stati Uniti alimenta forti grattacapi a Xi Jinping e ai dirigenti del Partito Comunista Cinese. Dello scacchiere politico cinese abbiamo parlato con Simone Pieranni, giornalista tra i massimi esperti di Asia e in Cina in particolare, che ha vissuto a lungo a Pechino e che oggi conduce il podcast «Altri Orienti». Pieranni è stato a Bergamo il 19 febbraio, ospite della rassegna «Tierra! Nuove rotte per un mondo più umano».
L’Asia cresce, ma non tutta
BA: La tua conferenza si intitola «L’Asia sta crescendo». È davvero così?
SP: Sì, certamente sì, ma non tutta. L’Asia è una potenza demografica. Se da una parte è vero che Cina, Corea del Sud e Giappone vivono la nostra stessa crisi demografica, dall’altra vediamo un continente con un’età media bassissima. Nel sud est asiatico non si arriva nemmeno ai trent’anni. E poi non dobbiamo dimenticare che, al netto dei tassi di crescita, India e Cina da sole hanno tre miliardi di abitanti: adesso l’India ha superato la Cina, ma anche a Pechino ha una popolazione enorme.
BA: Al di là della popolazione, sotto quali altri punti di vista sta crescendo l’Asia?
SP: Da quello di vista economico, sicuramente. L’Asia è la parte del mondo che crea più ricchezza in assoluto, è quella che innova di più. Paesi come la Malaysia, Singapore e il Vietnam sono dei veri e propri centri dello sviluppo tecnologico mondiale, specie nel campo dell’Intelligenza Artificiale. E poi c’è il punto di vista politico e geopolitico, quello dell’influenza sulle relazioni internazionali. La Cina e l’India sono due potenze di primo piano, ma anche il Giappone e la Corea del Sud hanno un ruolo strategico, in virtù della loro vicinanza agli Stati Uniti in ottica anticinese. Infine, c’è un altro fronte assai importante e che spesso consideriamo troppo poco: quello dei Paesi musulmani. Il 70% dei musulmani vive in Asia: l’Indonesia è il Paese con il maggior numero di cittadini di fede islamica al mondo, la Malaysia cresce rapidamente e in India la minoranza musulmana è composta da 300 milioni di persone.
BA: Questa crescita è uguale in tutta l’Asia?
SP: Non proprio. Ci sono Paesi come il Myanmar e la Thailandia che stanno attraversando grossi problemi politici ed economici. In Myanmar c’è una guerra civile, mentre la Thailandia non si è mai ripresa dal Coronavirus. Altri contesti, come la Cina, hanno delle problematiche evidenti, pur senza essere in piena crisi: oltre a quella demografica, sappiamo che la Cina non può competere militarmente con il suo rivale più grande, ossia gli Stati Uniti. Ma i tassi di crescita dei Paesi del Sudest asiatico – Filippine, Indonesia, Vietnam, Malaysia per citarne alcuni – sono tra il 6% e il 7% annuo. Noi, in Italia [+0,5% nel 2024, ndr] dei tassi simili ce li sogniamo.
La Cina e il suo ruolo
BA: Spesso consideriamo l’Asia come un mondo che ruota attorno alla Cina. È così?
SP: Negli ultimi vent’anni la Cina ha assunto una rilevanza senza precedenti, è indubbio: fino a 75 anni fa la chiamavamo «il malato d’Oriente» e oggi è uno dei Paesi più importanti al mondo. Certamente, tutti i Paesi asiatici devono confrontarsi con la Cina – anzi, non possono non confrontarsi con la Cina – sia dal punto di vista economico che da quello politico. Oggi, i contatti sono anche tecnologici, oltre che commerciali e geopolitici. Sono soprattutto tecnologici, a dir la verità.
BA: Ma la Cina è una potenza rivale degli Stati Uniti: l’Asia si divide quindi tra Paesi pro-USA e pro-Cina?
SP: Sì e no. Ci sono Stati che hanno una chiara collocazione, e sono più o meno tutti filo-americani: stiamo parlando di Giappone, Corea del Sud, Filippine e Taiwan, per esempio. Poi c’è qualche nazione apertamente filo-cinese, come la Corea del Nord o il Myanmar. Tuttavia, la guerra commerciale tra Washington e Pechino ha favorito Paesi come il Vietnam e la Malaysia, che non hanno una chiara affiliazione politica. Dal punto di vista securitario, tutti guardano agli Stati Uniti, perché la Cina ha dei comportamenti “muscolari” con i suoi vicini: lo vediamo molto bene nel Mar Cinese Meridionale. Ma da un punto di vista economico, tanti Stati stanno traendo vantaggio dalla situazione internazionale, commerciando con entrambe le sponde dell’Oceano Pacifico.
BA: Cosa sta succedendo nel Mar Cinese Meridionale?
SP: Ridotta ai minimi termini, la situazione è questa: il Mar Cinese Meridionale è uno specchio d’acqua su cui affacciano quasi tutti i Paesi dell’estremo Oriente. Al momento, la Cina sta cercando di modificarne lo status quo costruendo basi navali e militari in piccoli atolli e isolette disabitate. Il problema è che, per il diritto internazionale, quelle isole sorgono su acque internazionali, perciò non sono di proprietà cinese: c’è una sentenza della Corte dell’Aia che lo ribadisce, ma Pechino semplicemente non la rispetta e continua a costruire. È un problema di sicurezza economica, perché il Mar Cinese è uno snodo fondamentale per i commerci internazionali. Ma è anche una questione ittica: il pescato di tanti Paesi asiatici arriva da lì. La Cina sa che può permettersi di fare la voce grossa, perché se dovesse imporre sanzioni o bloccare le esportazioni le economie dei Paesi vicini imploderebbero. Quindi continua a costruire le sue basi militari, e gli altri Paesi continuano a protestare.
BA: Ma a cosa servono queste basi militari?
SP: Hanno un fine di controllo, di presidio. La Cina si considera innanzitutto una potenza asiatica, perciò vuole dominare quelle zone di mare dove la presenza americana è preponderante. Gli Stati Uniti hanno tante basi in Asia: c’è Okinawa in Giappone, ma ci sono anche le Filippine, con cui Washington ha degli accordi che prevedono l’installazione di sistemi antimissilistici. E poi ci sono 30mila soldati americani in Corea del Sud. Chiaramente, lo scopo ultimo di questo dispiegamento di forze da entrambe le parti è la conquista (o la difesa) di Taiwan, che la Cina vuole annettere e che gli Stati Uniti stanno cercando di mantenere indipendente. L’ex-Premier giapponese Fumio Kishida ha detto che «dopo l’Ucraina toccherà a Taiwan», e io credo che abbia ragione.
«Dopo l’Ucraina, toccherà a Taiwan»
BA: Perché la Cina è così interessata a Taiwan?
SP: Credo che per Pechino la motivazione più importante sia quella simbolica. Fino a qualche anno fa, Taiwan era centrale per il suo ruolo nell’industria dei semiconduttori, ma ora la Cina è essenzialmente in pari. Il Partito Comunista Cinese vuole riunificare l’intero territorio dell’Impero Qing per il centenario della Repubblica Popolare, che è stata fondata nel 1949. Entro il 2049, cioè, vuole raggiungere la massima estensione territoriale mai toccata dallo Stato, alla fine del XIX secolo. E per farlo, deve annettersi Taiwan. Infine, c’è da considerare che l’annessione di Taiwan è un punto fermo nell’agenda politica delle frange più nazionaliste dell’opinione pubblica, sulle quali Xi Jinping sta puntando molto.
BA: Cosa farebbero gli Stati Uniti se la Cina attaccasse Taiwan?
SP: Con l’elezione di Trump è difficile da dire. Di certo sappiamo che nessuno si sente sicuro, men che meno i taiwanesi. Sicuramente Trump potrebbe decidere di non sostenere Taiwan in caso di invasione cinese, un po’ come sta accadendo per l’Ucraina contro la Russia. Ma, dalla parte opposta, occorre ricordare che la Cina vuole posizionarsi come una potenza responsabile e pacifica, soprattutto ora che negli Stati Uniti l’aria è cambiata: iniziare una nuova guerra sarebbe contro questa politica di stabilità globale. E poi c’è una questione securitaria: invadere Taiwan significa pianificare un’operazione anfibia su larga scala e poi controllare un territorio che non vuole farsi sottomettere. In questo senso, quello che è successo in Ucraina preoccupa moltissimo la Cina, che ha paura di trovarsi invischiata in una guerra senza fine come quella della Russia.