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«Il disagio cominciava dall’appello, ogni volta interrotto bruscamente quando era il turno del mio nome»

Articolo. Dalla scuola alla famiglia, dall’informazione al cinema: ovunque si rischia di leggere e vedere la realtà attraverso stereotipi razzisti. A volte, senza neanche rendersene conto. Come fare per superare il “razzismo interiorizzato”?

Lettura 6 min.

Si è da poco conclusa la settimana tematica «Fatiche e sfide dell’incontro. Pregiudizi, stereotipi e discriminazioni» organizzata dal Centro Studio Fileo nei chiostri dell’Abbazia di San Paolo d’Argon. Ecco alcuni stralci delle discussioni che abbiamo ascoltato.

«Chi dice “io non sono un razzista, ma…”/ è un razzista ma non lo sa», canta Willie Peyote nella sua canzone «Io non sono un razzista ma….». Ebbene sì: la sociologa statunitense Karen D. Pyke ha parlato di «razzismo interiorizzato», cioè quella «forma di accettazione conscia e inconscia di una gerarchia razziale nella quale le persone bianche vengono considerate superiori o migliori alle persone nere».

Una tendenza quindi che sembra innata e che può sfociare a scuola, in tv, per strada. Educarsi alla consapevolezza e al dialogo è il primo passo per guardare gli altri con occhi non razzisti.

Tra i b(i)anchi di scuola: essere antirazzisti dall’appello all’ultima campanella

La scuola italiana è sempre più multiculturale. Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito relativi all’anno scolastico 2022/2023, il numero totale di studenti e bambini con cittadinanza non italiana presenti nelle scuole italiane aveva toccato le 914.860 unità, con un incremento del 4,9% rispetto all’anno precedente. Solo a Bergamo, tra il 2023 e il 2024, l’Ufficio scolastico territoriale aveva rilevato che, sugli oltre 118mila studenti iscritti, 24mila erano stranieri.

Una scuola plurale, dunque, che però talvolta fatica ad adeguarsi al cambiamento, rendendo invisibili generazioni di studenti. Da qui parte la riflessione della scrittrice e attivista Esperance Hakuzwimana Ripanti nel suo ultimo saggio, «Tra i bianchi di scuola».

Nata in Ruanda nel 1991 e cresciuta in una famiglia adottiva a Brescia, oggi, attraverso i suoi libri, gli incontri e i laboratori nelle scuole, Esperance Hakuzwimana si batte per smontare gli stereotipi alla base delle discriminazioni razziali. Un impegno, il suo, rivolto non solo ai giovani di origine straniera, ma anche e soprattutto agli insegnanti e ai genitori. «La scuola è un luogo di empowerment» dichiara la scrittrice che però proprio tra i b(i)anchi degli anni ’90 ha iniziato a sperimentare che cosa significasse essere afro-discendente. Il disagio cominciava dall’appello, ogni volta interrotto bruscamente quando era il turno del suo nome, troppo complicato da pronunciare correttamente: «Essere chiamati significa esistere - spiega, introducendo il primo capitolo, a cui tiene particolarmente - il mio nome è la mia storia, la mia cultura. A scuola però nessuno era interessato a comprenderlo, anzi. C’era piuttosto un sentimento di rinuncia a pronunciarlo correttamente. Eppure il nome è il racconto di un’identità, ci vuole cura della storia altrui, del fatto che i miei genitori biologici abbiano scelto proprio questo nome per me».

«Quando vado nelle scuole - continua - chiedo sempre agli studenti di dirmi il loro nome e di spiegarmi, se lo sanno, il significato. È bellissimo vedere l’emozione e il moto di orgoglio di bambine e bambini di 8 o 9 anni di origine marocchina, cubana, senegalese, rumena nello spiegare come si pronuncia bene il loro nome e la sua etimologia. Scopro nomi bellissimi, luminosi, carichi di storia e di radici. Alcuni significano “principessa” o “guerriera”. Ci troviamo davanti a dei nomi difficili, è vero, ma la difficoltà si supera chiedendo e aspettando la risposta», conclude.

Dall’ importanza di essere chiamati per nome, si snodano poi gli altri capitoli del saggio che affrontano tematiche come il «super potere di conoscere più lingue», il diritto di avere la cittadinanza e la difficoltà di avere una carriera scolastica degna. «Ascoltare e, soprattutto, stare nella fatica dell’ascolto, darsi il tempo di capire con onestà intellettuale»: ecco come si arriva insieme a una scuola più inclusiva e accogliente, dall’appello all’ultima campanella.

Vederne di tutti i colori

Un itinerario fotografico e calligrafico, un inno alla multiculturalità, al colore come elemento di ricchezza, come esemplificazione degli innumerevoli punti di vista. Così è presentata la mostra «Una famiglia, tutti i colori» nata dall’incontro tra l’Associazione Mamme per la pelle e due artisti: il calligrafico Francesco Guerrera e il fotografo newyorkese Tom Watson.

L’obiettivo è «cercare un approccio di dialogo e comprensione» rivela una delle madri presenti all’inaugurazione dell’installazione a San Paolo d’Argon. Destrutturare il razzismo è d’altronde ciò che ha mosso il collettivo fin dalle origini.

Nel 2018 infatti, Gabriella Nobile - mamma di Fabien, originario del Congo, e Amelie, di origine etiope - decise di pubblicare su Facebook una lettera al Ministro Matteo Salvini, leader del partito politico della Lega, per denunciare gli effetti della sua violenta campagna elettorale contro gli immigrati. I figli di Nobile erano infatti diventati i bersagli di frequenti episodi di razzismo. Il post divenne virale e, da quel momento, decine di mamme dal nord al sud d’Italia e anche dall’estero, scrissero a Gabriella per testimoniare solidarietà e la volontà di raccontare esperienze analoghe.

Dopo che i proclami elettorali si trasformarono in programmi di governo e il clima politico divenne più ostile contro le altre etnie, le mamme decisero di costituire un’associazione culturale a cui diedero il nome di Mamme per la pelle. Con il passare del tempo, il collettivo si è evoluto in un’APS – associazione di promozione sociale - aperta a tutti coloro i quali ne condividono i principi e le finalità, dirette a creare e rafforzare una cultura antirazzista e contro ogni forma di discriminazione.

Dagli scatti colorati della mostra e dalle attività di sensibilizzazione promosse dall’associazione, emerge quanto i mezzi più efficaci per estirpare le radici dell’odio razziale siano, ancora una volta, il dialogo e l’ascolto. Dal 2021, infatti, un’azione concreta portata avanti dalle “Mamme per la pelle” è stata riunire attorno a un tavolo le forze dell’ordine e ragazzi razzializzati per dialogare sugli effetti e i rischi della profilazione razziale. Un calendario di incontri per sviscerare le paure e le opinioni da una parte e dall’altra.

Le persone spariscono (di nuovo) e la politica è (ancora) in primo piano

Il XII rapporto dell’Associazione Carta di Roma Notizie di contrasto, un’analisi sull’informazione italiana realizzata in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, offre una sintesi di come siano state raccontate le migrazioni nel 2024 dai media italiani. Ad introdurre il documento, c’è il commento, drammaticamente lucido, di Valerio Cataldi, Giornalista e Presidente dell’Associazione Carta di Roma: «Le persone esistono, annegano nel mediterraneo, scappano dalle guerre, cercano protezione dagli effetti catastrofici dei cambiamenti climatici, ma spariscono sempre di più, fanno meno notizia. La politica che parla di migrazioni, invece si prende tutto lo spazio». A confermarlo, i numeri: il 56% degli articoli tratta la categoria “Flussi migratori” comprendendo però non tanto la cronaca degli arrivi e delle tragedie in mare, quanto il dibattito, e in molti casi, il confronto politico sui “paesi sicuri”, sull’accordo con l’Albania e il ruolo della magistratura in merito al trasferimento di persone migranti, sui rimpatri e sull’esternalizzazione delle frontiere in Unione Europea. Risultato? Nel 2024 solo il 7% dei servizi dei telegiornali ha incluso la voce diretta dei protagonisti delle migrazioni, contrariamente a quanto successo nel 2022 quando, soprattutto in relazione al conflitto ucraino, le persone migranti e rifugiate erano presenti nel 22% delle notizie, superando persino la politica.

Come ci si può dunque educare a uno sguardo non razzista sulle persone senza vedere e dare voce alle persone? Dalla necessità di affrontare questi aspetti è nato il nuovo Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti che sostituisce il Testo Unico dei Doveri. Approvato dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti lo scorso 11 dicembre, entrerà in vigore dal primo giugno 2025. Tra le novità, significativa è proprio l’aggiunta del suffisso “persona” negli articoli 11, 12 e 14, laddove prima si parlava genericamente di «minori o minorenni», «migranti», «disagiati», inquadrando così solo la difficoltà o il disagio di questi soggetti. Da giugno invece, «c’è la volontà di ricordare ai giornalisti che, nel nostro lavoro quotidiano, abbiamo a che fare con le persone» afferma Enrico Romagnoli, Presidente della Commissione giuridica dell’OdG nazionale. L’articolo 14 è quindi dedicato alle persone migranti, rifugiate, richiedenti asilo e vittime della tratta nei confronti delle quali, il lavoro giornalistico deve impegnarsi ulteriormente a usare «termini rispettosi e appropriati» evitando «la diffusione di informazioni imprecise, sommarie o distorte o ricorrere a espressioni denigratorie e discriminatorie». Insomma, le parole sono importanti, soprattutto per chi le maneggia di mestiere.

La rappresentazione delle persone di origine straniera passa poi sul piccolo schermo fino alle cinematografiche. Ma, anche in questo caso, il mondo del cinema tradisce un certo razzismo interiorizzato.

Quando un film è davvero inclusivo?

«Sono stanco di recitare solo le parti del migrante che non sa parlare bene l’italiano. Ci sono però registi che riescono ad andare oltre lo stereotipo», ha affermato Maurizio Bousso, protagonista, insieme all’attrice Ira Fronten, del cortometraggio «Ignoti» del regista Giuseppe Brigante. Madre e figlio sulla pellicola, Fronten e Bousso hanno condiviso la loro esperienza nell’industria cinematografica durante la serata conclusiva della settimana tematica del Centro Fileo. «Lo stereotipo è molto sottile - spiega Ira - io non rifiuto di interpretare la donna di servizio o l’immigrata che è appena arrivata in Italia. Hanno il diritto di essere rappresentate. Il problema però è come si rappresentano, spesso senza dignità». Trovare registi che mettano a fuoco innanzitutto la persona, senza cadere nella trappola dello stereotipo - per cui, al cinema, il ragazzo nero deve essere per forza un rider o un criminale - non è però scontato. Così come non è banale lavorare sul set con troupe preparate, per esempio, a trattare capelli di donne afro-discendenti o a truccare le loro pelli. La sfida è quindi rappresentare un’inclusività che sia autentica e non una mera “macchietta” comica che finisce per razzializzare ulteriormente le persone di origine straniera.

«Alcuni mi dicono di provare a fare cinema fuori dall’Italia, ma io mi rifiuto - afferma Maurizio Bousso - io sono italiano e voglio lavorare nel mio paese. È difficile, ma non voglio rinunciare. Le cose stanno cambiando anche nel cinema». Film come «Ignoti» - ritratto emozionante del rapporto tra una madre (che vuole partecipare come “parente misterioso” al gioco “I soliti ignoti”) e figlio - o «Il legionario» - la storia di un ragazzo nero cresciuto in palazzi occupati e poi diventato poliziotto - sono su questa direzione.

Fare caso a come vengono rappresentate le diverse etnie al cinema è un altro passo per avere uno sguardo più libero.

In conclusione, la chiave sembra stare tutta qui: nel vedersi e ascoltarsi davvero.

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