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«The Stone Garden», tutta la freschezza di una band di cinquantenni

Articolo. Terzo appuntamento per la rubrica #salaprove. Questa volta, siamo stati ospitati dai «The Stone Garden», una realtà classic rock nostrana

Lettura 5 min.
La band

«Un mio amico suona in una band. Ti va se andiamo a sentirli?». Passano gli anni, cambiano le tecnologie legate all’informazione, ma questa frase resta l’arma più potente a disposizione di una band: il passaparola. Proprio grazie ad un passaparola sono entrato in contatto con Jacopo Moriggi , batterista dei «The Stone Garden» che, a sua volta, mi ha passato il contatto del chitarrista Carlo Lancini. Due chiacchiere al telefono e, come buoni amici, ci diamo appuntamento nella sala prove della band a Terno d’Isola. Come si sarà già intuito, i protagonisti di questo nuovo appuntamento con la rubrica #salaprove sono i «The Stone Garden», una classic rock band bergamasca con oltre dieci anni di esperienza alle spalle e una passione smodata per l’arte di arrangiarsi. Sei tra album ed EP all’attivo per loro, con un settimo dal titolo «Fire» in arrivo il prossimo autunno. All’ascolto in cuffia, le sonorità sono quelle tipiche delle rock band a cinque elementi - voce, due chitarre, basso e batteria - che hanno dominato la scena mondiale tra gli anni ‘70 e ‘80. A colpire è però il “tiro” delle singole tracce, sempre molto ritmate come se si stesse cavalcando a spron battuto. Un animo che è impossibile non apprezzare a prescindere dai gusti musicali del singolo ascoltatore

L’ingresso in sala prove

Parcheggio l’auto nella zona industriale di Terno d’isola in un freddo lunedì di marzo, una delle ultime serate definibili ancora invernali. Tempo un colpo di telefono e Carlo mi accoglie, per poi farmi da guida all’interno dei magazzini di una delle varie aziende della zona. Chiunque abbia lavorato in un capannone sa benissimo che il grigio e il bianco sono i colori dominanti in questi posti, per cui non sarà difficile la mia sorpresa quando, dopo qualche minuto a camminare in questi ambienti, entrando finalmente nella sala prove mi sono trovato in un salotto dalle calde tinte color legno con tanto di divanetti, quadri appesi e postazione pc.

In risposta al mio stupore, Carlo sorride dicendomi «È un ambiente fatto anche per rilassarsi. Qui dentro di solito non litighiamo mai». Tempo di mettermi a sedere su uno dei divanetti e in sala arrivano anche il batterista «Jabo» - soprannome di Jacopo, il mio primo contatto per la serata - il bassista Daniele Togni, l’altro chitarrista della band Marco Mazzucotelli detto «Mazu» e il cantante Claudio Brolis detto «Klod».

Qualche domanda alla band

Mentre i musicisti montano i loro strumenti, inizio ad aggirarmi per la saletta facendo domande. Scopro così che per praticamente tutti i componenti del gruppo, tutti nati negli anni ‘70 ad eccezione di Jabo che classe 1988, i «The Stone Garden» sono solo l’ultima di una lunga serie di esperienze musicali e sono nati anche dall’esigenza di trovare nuovi equilibri per la passione musicale dopo che Carlo e Klod erano diventati genitori. La sala prove privata, sogno segreto di ogni band, è stata invece portata alla sua conformazione attuale durante la pandemia, in modo da poter avere uno spazio privato per rilassarsi, suonare e anche registrare. A tal proposito, tutte le incisioni della band vengono fatte in autonomia e in presa diretta.

Questo significa che, contrariamente alla prassi di registrare le tracce dei singoli componenti per poi unirle in fase di mixaggio, i componenti dei «The Stone Garden» registrano i pezzi suonando tutti insieme, come se fosse un’esibizione dal vivo. Se da un lato la cosa rende più difficile l’editing del brano, dall’altro il prodotto finito risulta più spontaneo e verace.

Le prove

Strumentazione ok, microfoni ok, batteria ok. Si dia inizio alle prove.

L’obiettivo di questa sessione è ripassare i brani selezionati per il prossimo concerto in quel di Livigno per cui, ben visibile al centro della sala. È presente il foglio della scaletta ufficiale: ventidue tracce in totale, quasi tutti pezzi originali e qualche cover qua e là in caso di tempi morti da riempire o per tenere alta l’attenzione nei momenti difficili. Jabo da l’attacco del primo pezzo e la band comincia a suonare. Il caos delle fasi di montaggio diventa magicamente ordine, con tutti i componenti della band che suonano in sincrono. Si nota che molti di loro suonano insieme da anni, poiché più che seguire semplicemente la traccia a memoria, tendono a guardarsi a vicenda usando l’uno i movimenti dell’altro come punto di riferimento per entrare nei cambi o per dare l’attacco del ritornello. In tutto questo, a primeggiare è la voce di Klod, acuta e leggermente graffiata come prevede la liturgia del rock. Il primo brano finisce e tutti sono soddisfatti. Togni si gira ridendo verso Jabo e gli dice «Hai fretta stasera?» riferendosi ad un aumento di velocità involontario nel secondo ritornello. Anche Carlo ride «Ricordati che abbiamo cinquant’anni, devi farci respirare un po’».

Ovviamente nessuno nella band ha avuto il minimo calo durante l’aumento di velocità, anzi, sembravano tutti ben felici di alzare il ritmo per sgranchirsi un po’. Si prosegue di brano in brano e noto che il cantante Klod ha davanti a sé una cosa che non vedevo da tempo: il raccoglitore dei testi. Non che abbia mai dimostrato di averne bisogno, dato che ha cantato a memoria tutta la scaletta, ma ad ogni cambio brano qualche secondo è stato dedicato alla ricerca del testo della canzone sfogliando le pagine di un enorme faldone pieno di fogli. Molti cantanti per comodità usano un tablet per questa operazione, decisamente più pratico, ma la sensazione di vedere un raccoglitore pieno di testi, scritti e collezionati in chissà quanti anni, è veramente impagabile. Nel finale, arriva il momento del ripasso cover. Un modo per staccare mentalmente suonando classici continuando comunque a provare e migliorare. Anche qui Jabo si fa prendere un po’ la mano su «Immigrant Song» dei Led Zeppelin, aumentandone leggermente la velocità. «Jabo! Già ‘sto pezzo dura due minuti e ventisette, se lo velocizziamo non lo sentiamo più neanche noi» dice Carlo ridendo. Le prove finiscono in allegria e, riposti gli strumenti, ci mettiamo tutti in zona divanetti per berci un buon bicchiere e parlare un po’.

Relax e domande

Dato l’imminente viaggio a Livigno, ovviamente i discorsi riguardano gli aspetti logistici di questa particolare data. «Secondo voi riusciamo ad andare con una macchina sola?», «In caso guido io», «Ma se l’ultima volta hai dormito tutto il viaggio di andata e di ritorno!». Data la piega scherzosa della conversazione, prendo Carlo in disparte e per fargli la classica domanda che fa sentire vecchio chi la riceve: «Cosa consigli ai ragazzi che stanno cominciando oggi a suonare?». Sì, è una brutta domanda, ma considerando le attuali difficoltà per le band giovani di trovare una stabilità nel mondo musicale, sarebbe stato davvero uno spreco non chiedere consiglio a persone che a cinquant’anni trovano ancora la voglia e il tempo da dedicare alla musica suonata. «Pensando ad un consiglio da poter dare ad un ragazzo come uno dei miei due figli che suona la batteria, penso all’utilizzare la musica come strumento di aggregazione e confronto. Il bello di questo mondo è il trovarsi con gli amici, discutere di gruppi e di generi. Se poi si suona, diventa importantissimo appassionarsi alle singole canzoni cercando di carpire le motivazioni che hanno spinto gli autori a fare determinate scelte stilistiche. In questo modo la musica diventa dialogo e mezzo per creare con spirito di progettualità qualcosa di artisticamente utile. Lla continuità poi viene da sé».

Saluto i «The Stone Garden» mentre sono impegnati a prendere le misure della macchina di Togni nel tentativo di costringerlo a guidare nel viaggio verso Livigno caricando tutta la band e relativi strumenti. Me ne vado sereno, contento di aver assistito ad una sorta di concerto privato - in fin dei conti hanno suonato davanti a me tutta la scaletta della loro prossima esibizione - ma, soprattutto, felice di essere stato testimone di una bella serata di musica e divertimento creata da persone che, a prescindere da età, lavoro ed impegni famigliari, hanno deciso di portare avanti un progetto comune ritagliando momenti dal proprio tempo libero. È un sentimento semplice, ma se piace il mondo delle realtà musicali indipendenti, serate del genere diventano indimenticabili.

Post scriptum: l’articolo riporta osservazioni e fatti raccolti durante una sessione in sala prove. È importante sottolineare che eventuali errori o imprecisioni menzionati non riflettono le reali capacità degli artisti, ma sono parte integrante del normale processo di prova. Allo stesso modo, le fotografie incluse potrebbero non rispecchiare la qualità professionale attesa, poiché sono state scattate con uno smartphone in un ambiente ristretto e in condizioni non ottimali, cercando di disturbare il meno possibile la band durante la performance.

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