93FE310D-CB37-4670-9E7A-E60EDBE81DAD Created with sketchtool.
< Home

Caro Liga, questa volta sono io ad avere «Qualcosa per te»

Racconto. Lettera di un fan a Luciano Ligabue, che domani sera sarà sul palco della ChorusLife Arena di Bergamo

Lettura 4 min.
(Foto di Maurizio Bresciani)

Dal Pala Francescucci di Casnate con Bernate il 26 gennaio 2003 alla ChorusLife Arena di Bergamo domani, il 27 settembre 2026. Un lasso di tempo nel quale c’è mezza vita, ci sono emozioni, cadute e risalite, gioie e dolori. E succede quando un artista diventa la colonna sonora di un cammino. Sarebbe perfino banale scrivere «da 23 anni sulla tua strada». Eppure, caro Luciano Ligabue, è proprio così. Però non chiamatelo rocker. Questa è una definizione a cui si è dovuto adattare e che gli è stata incollata addosso nel tempo, dopo il boom di «Certe Notti» nel 1995. Anche se prima c’erano stati altri lavori diventati poi capolavori soprattutto per «quelli della prima ora». Non «Ligabue» il contenitore dei singoli «Balliamo sul mondo», «Non è tempo per noi», «Sogni di rock’n’roll», ma anche «Figlio d’un cane» e «Angelo della nebbia». E nemmeno «Lambrusco coltelli rose & pop corn», l’album di «Libera nos a malo», «Lambrusco e pop corn» e «Sarà un bel souvenir», ma anche di «Anime in plexiglass», «Salviamoci la pelle» e «Ti chiamerò Sam».

Il riferimento, piuttosto, è a «Sopravvissuti e sopravviventi», un album che di primo acchito aveva fatto tremare le certezze del cantautore di Correggio, salvo poi rivelarsi uno dei più amati dal Bar Mario. E lo capisco in prima persona quando, iscritto a mia volta al fan club, in occasione del raduno del 2004, a Reggio Emilia, – quando le reunion erano quelle serie, come quella al PalaPanini di Modena l’anno precedente – stilo la classifica dei miei brani preferiti. Che poi Liga avrebbe raccolto ed eseguito in presa diretta sulla scorta dei voti ottenuti. Se la numero uno sembra perfino superfluo menzionarla («Urlando contro il cielo»), a tallonare il suo must, c’era uno dei motivi che io considero perle, ossia «Piccola città eterna». Ebbene, chi mi conosce sa perfettamente quanto il sogno – irrealizzabile – sia quello di un concerto intriso di “gemme nascoste”, che ogni volta aprono lo scrigno dei ricordi. C’era anche «I duri hanno due cuori», sdoganato e ora diventato quasi presenza fissa in scaletta. Ma, a spot, penso a «In pieno rock’n’roll», «Tutte le strade portano a te», «Con la scusa del rock’n’roll», «Radio radianti» o, in tempi più recenti, «Io in questo mondo» o «Dedicato a noi».

Oggi non faccio più parte di quell’agorà che si era temporaneamente trasformata in LigaChannel per poi tornare sui suoi passi. I seguaci sono cambiati, l’ambiente sotto al palco pure. Nonostante ciò, a Bergamo ho scelto il parterre. Per tornare a guardare Luciano negli occhi. Come tante volte è successo, facendo attenzione ai particolari: alle mani in tasca con i pollici all’interno, al sound che garantisce suo figlio Lenny alla batteria, alla presenza scenica di capitan Fede Poggipollini, il cui ego venne simpaticamente stroncato dal Capo proprio in un episodio specifico. Chi ha qualche anno in più, si ricorda la trasmissione «Top of the Pops», appuntamento immancabile su Italia 1 il sabato pomeriggio e condotto da Daniele Bossari e Silvia Hsieh. In occasione dell’esecuzione di «Le donne lo sanno» nel 2006, sono stato selezionato – sempre attraverso il Bar Mario – per far parte del pubblico. Sapendo che al termine ci sarebbe stato un momento dedicato, porto con me «Un giorno da Liga», il libro celebrativo sul primo Campovolo: Fede lo prende e firma la prima pagina disponibile, arriva Luciano, se ne accorge, mi guarda e sorride: «Qui non c’è spazio per colpa del solito tizio che vuol fare il protagonista. Ti firmo la pagina successiva».

In quell’anno ho assistito ad altri due programmi purtroppo cancellati dai palinsesti: «All Music Live» e «Storytellers» con Paola Maugeri. Prima di tutto ciò, però, avevo vissuto – o meglio, ero sopravvissuto – al primo Campovolo. Quello del 10 settembre 2005, quello dei quattro palchi, del record europeo con 180.000 spettatori, quello delle previsioni di pioggia totalmente sbagliate e quello de «la raccomandazione è di arrivare il prima possibile». Risultato? Sole estivo dalle 10.30 del mattino, tra i primi ad arrivare in prossimità del main stage e insolazione verso le 14. Un sonno profondo fino alle 19, con preoccupazione di chi mi stava a fianco, e ripresa come se nulla fosse al calare del sole, giusto in tempo per godermi prima Bennato e poi Elisa come supporto prima dello show. Come se non bastasse, al termine il caos con autostrada chiusa, riposo di fortuna in un parcheggio e arrivo a casa alle 8.25 del giorno successivo. Esperienza talmente snervante che mi ha fatto saltare i due appuntamenti seguenti in terra reggiana (2011 e 2015), dove ho fatto ritorno una volta che ha preso vita la RCF Arena, il 4 giugno 2022 (originariamente 12 settembre 2020, prima del Covid) e il 21 giugno dello scorso anno.

Il primato di presenze, tuttavia, appartiene a San Siro con sette – la prima nel 2006 e l’ultima l’estate scorsa – con Milano protagonista più volte tra Forum e Mazda Palace, senza dimenticare Alcatraz e Arcimboldi nel 2006, quando il tour toccò club e teatri oltre a stadi e palasport. E ancora un paio di presenze a Brescia, a Verona, la prima e già citata a due passi da Cantù e tante altre tra cui giusto menzionare «Liga Rock Park» a Monza nel 2016. Siamo ben oltre i 30 appuntamenti, ma quantificare è impresa ardua tra biglietti da andare a recuperare nei vari cartoni gelosamente conservati o cercare nei titoli digitali rimasti in vecchi pc. Fatto sta che, ben oltre il concreto, contano le emozioni che un evento simile ti regala, il più delle volte a sorpresa. Qualcuno diceva di me: «Conosci tutti i testi, virgole comprese». Probabilmente è così, ma per un motivo più semplice di quanto si possa pensare. Ogni canzone, ogni album, è una costante voglia o necessità – talvolta automatica e inconsapevole –di rispecchiarsi in ciò che vuole trasmettere Luciano. Colui che puntualmente trova l’incastro perfetto, a prescindere dal momento che chi, come me, lo ascolta da sempre, sta attraversando.

Ma, perché proprio il Liga? Le risposte sarebbero tantissime. Provando a semplificarle attraverso le sue canzoni: «Per una magia così, vale la pena vivere». O ancor più direttamente, rifacendosi all’ultimo singolo «Qualcosa per te» che ha saputo toccare le corde più nobili dal primo ascolto: un porto di mare in cui approdare quando vuoi te. E adesso, caro Liga, sei tu che torni. C’ero al Teatro Creberg nel 2006, non nel 2011. A Treviglio nel 2002 avevo ascoltato a distanza attraverso il telefonino di chi era presente. Stavolta la ChorusLife Arena. Per una “prima volta” che non potevo perdere. Non la tua lì dentro. La mia. Anche perché, dopo tanti chilometri da una parte all’altra dell’Italia arriverò a piedi a destinazione. Quasi un bacio del destino, un modo per dirmi grazie. Forse però il grazie più grande sono io a doverlo dire a te. Non so ancora se domani sarà l’ennesimo giorno dei giorni. Quel che so è che probabilmente saranno nuovamente “lacrime e brividi”.

Approfondimenti