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«Bergamo Film Meeting», come l’animazione ci racconta la realtà

Articolo. Le tradizioni dell’Algarve, la guerra in Libano e in Ucraina, la vita (stra)ordinaria di uno zio ossessionato dai numeri. È «AnReal», la sezione che la 43esima edizione di «Bergamo Film Meeting» dedica al cinema d’animazione

Lettura 6 min.
Regina Pessoa, Tio Tomàs

Documentario e animazione sono due termini che, l’uno accanto all’altro, potrebbero suonare come una contraddizione, un paradosso. Come può il linguaggio dell’animazione, che già di suo “trasforma” la realtà, documentarla fedelmente? Come possono dei disegni animati parlare con la stessa intensità di un live action, trasmettere tutta la drammaticità di una guerra, di un episodio di razzismo o di violenza?

La sezione «AnReal» della 43esima edizione di «Bergamo Film Meeting» nasce per rispondere proprio a queste domande. Il festival, che da sempre rivolge una particolare attenzione al linguaggio dell’animazione, ha deciso quest’anno di non dedicare un approfondimento all’uso di questo linguaggio in un paese specifico, né alle opere di un animatore o di un’animatrice sola, ma di proporre un percorso trasversale alla scoperta del documentario animato.

Dal Libano all’Ucraina

I titoli in programma sono molti. Tra i lungometraggi, ci sono il recente documentario ungherese «Kék Pelikan» di László Csáki e il celebre «Valzer con Bashir», un film che venne nominato agli Oscar nel 2009, e che sedici anni dopo continua a essere attuale. Realizzato con un’animazione semplice, scarna, ma al tempo stesso suggestiva, è un film che indaga il tema della rimozione del ricordo come meccanismo di difesa e superamento di un trauma.

Al centro del film c’è la storia del regista stesso, l’israeliano Ari Folman, che negli anni Ottanta aveva partecipato all’invasione del Libano, ma negli anni successivi aveva visto i ricordi di quell’esperienza annebbiarsi fino a scomparire. Il film è una successione di flashback e interviste ad alcuni vecchi amici e commilitoni: il regista si affida alle loro testimonianze e all’aiuto di una psicologa per ricostruire a poco a poco il suo passato.

Arriverà a ricordare così l’eccidio nei campi profughi di Sabra e Chatila, a cui aveva assistito personalmente, e quando lo ricorderà l’animazione - che nel film è a tutti gli effetti un linguaggio drammatico (la sequenza dei cani che corrono nei primi minuti è già di suo spaventosa, violenta) - lascerà il posto alle riprese del vero. La musica rock, che fa da colonna sonora a tutto il film, cederà il passo alle urla dei civili, ai cadaveri per strada. Sono scene strazianti, ricordi di un capitolo talmente doloroso per il Libano che, quando uscì, del film di Folman fu vietata la proiezione nel paese.

Anche l’animatrice ucraina Anastasiia Falileieva racconta, seppur con un linguaggio diverso, il dramma della guerra. Nel cortometraggio «I Died in Irpin», di recente produzione, la regista torna con la memoria al 24 febbraio 2022: quel giorno, insieme al fidanzato, lasciò come molti altri cittadini ucraini la capitale Kiev, credendo che nella casa dei genitori del compagno, a Irpin, sarebbe stata più al sicuro. Così non accadde: nel cortometraggio, Falileieva ripercorre i giorni trascorsi a Irpin, le sensazioni di claustrofobia e di morte. Nel documentario, assistiamo al suo tentativo di sopravvivere, alla volontà di tenere fede a una routine - che va dall’infornare la pizza all’ascoltare musica - mentre i boati risuonano all’esterno. L’animazione si alterna ai filmati dei bombardamenti.

Anche nel caso di Falileieva, il linguaggio dell’animazione consente di trasfigurare la realtà senza distorcerla. La regista lavora per simboli e metafore: le unghie della narratrice crescono fino a disgustare sia lei che il pubblico, e “The Woman”, la Donna senza un nome che convincerà la famiglia ad evacuare alla fine del cortometraggio, ha le ali di un angelo.

Di forte impatto è anche il cortometraggio «Brand», scritto nel 2019 da Joan Koester e Alexander Lahl. Attraverso l’animazione 3D e l’uso di diverse inquadrature soggettive, il film indaga il tema del rifiuto del diverso. Siamo a Tröglitz, in Germania. Nel 2015, in queste zone sarebbero dovuti arrivare quaranta rifugiati, ma la struttura predisposta dal sindaco Markus Nieth per la loro accoglienza venne incendiata dagli abitanti del paese. Il sindaco stesso subì, insieme alla moglie, insulti e minacce di morte.

Alexander Lahl, di cui è in programma anche il cortometraggio «Kaputt», scritto insieme a Volker Schlecht, sarà presente al festival. Tra gli ospiti, c’è anche lo svedese Jonas Odell, autore di diversi documentari animati. Mescolando in maniera fluida animazione e live action, nel film «Tussilago», Odell racconta la storia di “A”, ex compagna di Norbert Kröcher, un terrorista della Germania occidentale incarcerato nel 1977. Proprio attraverso l’animazione, Odell riesce a proteggere e tenere nascosta l’identità della protagonista.

In Portogallo, tra tradizioni e ricordi

Dal Nord al Sud Europa. Tra i documentari animati in calendario, c’è «Percebes» del duo di animatrici portoghesi Alexandra Ramires e Laura Gonçalves. È un cortometraggio delicatissimo, che riesce nell’intento di raccontare un luogo, le sue tradizioni, e l’importanza di tutelarle e preservarle. Il documentario ruota attorno al percebes, un mollusco tipico dell’Algarve, la regione più meridionale del Portogallo. Ne seguiamo la formazione, in simbiosi con la roccia che lo accoglie, e assistiamo alla sua pesca. Lo vediamo poi sui piatti dei ristoranti e ascoltiamo le voci di alcuni membri della comunità locale, che mentre lo cucinano o lo servono riflettono sull’impatto del turismo sulla regione.

«Percebes» in portoghese significa «capisci»: ecco allora che attraverso la storia di un animale così particolare, siamo invitati al rispetto delle culture e delle tradizioni più vere. «Ci sono cose che appaiono solo dopo una lunga tempesta, per questo sono autentiche, come il percebes, un animale che resiste alla marea, al mare tempestoso, come le persone che qua vivono tutto l’anno».

Dal Portogallo viene anche il coloratissimo cortometraggio «Viagem a Cabo Verde» di José Miguel Ribeiro, che l’anno scorso proprio al «Bergamo Film Meeting» aveva presentato il suo primo lungometraggio animato. Il documentario di Ribeiro è autobiografico: è il racconto di una vacanza a piedi di sessanta giorni a Capo Verde, con uno zaino in spalla, senza cellulare, e la voglia di scoprire e di scoprirsi.

E ancora, in programma c’è «Tio Tomás, a contabilidade dos dias», cortometraggio animato di Regina Pessoa, protagonista di una personale al «Bergamo Film Meeting» del 2001. Il film è un omaggio della regista all’amatissimo zio Tomás, un uomo umile ed eccentrico da cui trascorreva molto tempo da bambina, con cui cominciò a disegnare, e a cui si rivolgeva sempre quando aveva bisogno d’aiuto. La storia è presentata sotto forma di una lettera scritta da Pessoa stessa: «Caro zio, non hai moglie, non hai figli, non hai un lavoro regolare». I ricordi della regista sono intervallati dalla voce fuori campo dello zio, che descrive la sua routine e riempie di cifre le agendine. La sua ossessione per i calcoli, in particolare, ricorre nelle animazioni: vediamo i numeri cadere dai suoi vestiti, riempire i pavimenti.

Anche lo stile del cortometraggio è unico, come il suo protagonista: il film alterna infatti l’animazione 2D allo stop motion. «Ho usato i miei ricordi di quando disegnavo sui muri della casa di mia nonna come punto di partenza e ho usato gli appunti, le annotazioni sul diario e gli oggetti dello zio Tomás per sviluppare il mio linguaggio visivo - ha raccontato Regina Pessoa in un’intervista - Fin dall’inizio sapevo di voler usare la tecnica mista, poiché il film si basa su fatti reali, su una persona reale e sul mio legame con lui».

Dalle carceri alle stazioni

«Inside, The Valley Sings», cortometraggio di Nathan Fagan, è un documentario intenso. Ripercorre la storia di Kiana Calloway, Sunny Jacobs e Frank De Palm, tre persone che, per periodi diversi, sono state detenute nelle celle di isolamento di alcune carceri americane. Soli, senza contatti con il mondo esterno né attività a cui dedicarsi, i tre protagonisti nel corto combattono la noia e la solitudine viaggiando con la fantasia. Le loro figure disegnate in bianco e nero, accese solamente da un camice arancione, si riempiono di verde, rosso, azzurro: i colori del sogno e dell’evasione. Vediamo i tre detenuti dare sfogo all’immaginazione: c’è chi si stende su un prato, chi intrattiene una relazione romantica con una donna conosciuta tra i banchi di un supermercato, chi trasforma la parete della cella nello schermo di un cinema.

Il documentario ci scuote e ci interroga, mettendoci davanti alla crudeltà delle celle di isolamento, contro cui hanno cominciato a battersi anche i tre protagonisti, una volta rilasciati. «Il cinema, per me, è una macchina per l’empatia - ha scritto il regista - Ci permette di uscire dalla nostra prospettiva e di sperimentare il mondo attraverso gli occhi di qualcun altro, anche se solo per un momento o due. Fin dall’inizio, il mio obiettivo con questo film è stato semplice: dare voce a questa popolazione in gran parte senza voce ».

Da non perdere, anche il cortometraggio francese «Esperança» di Cécile Rousset, Jeanne Paturle e Benjamin Serero. Protagonista del documentario è una quindicenne di nome Esperança, arrivata dall’Angola ad Amiens con la madre. Il film ne ripercorre la storia, tra tonalità bianco e nero e punte di giallo e arancio: l’indifferenza delle persone che Esperança incontrò alla stazione di Amiens, la paura e la difficoltà di integrarsi in un paese nuovo, la timidezza di un’adolescente, ulteriormente complicata dai problemi linguistici e culturali. La voce narrante è della vera Esperança, che si racconta anni dopo il suo arrivo in Francia.

Infine, il festival consente di fare un tuffo nelle origini del documentario animato con «The Sinking of The Lusitania» del 1918, probabilmente il primo documentario animato della storia. Si tratta di un cortometraggio muto, opera del fumettista Winsor McCay, che ricreò l’affondamento del transatlantico britannico RMS Lusitania nel 1915, mai fotografato. II film si apre con un prologo in live action in cui vediamo il fumettista impegnato nello studio di un’immagine del Lusitania. Per la realizzazione del documentario servirono - almeno così recitano i titoli di testa - ben 25mila disegni.

La programmazione completa è sul sito Bergamo Film Meeting.

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