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Gli scenari cambiano e servono risposte

Secondo Antonio Navarra, presidente del Cmcc, il Mediterraneo sarà sempre più interessato da estati più lunghe, temperature più elevate e una riduzione delle precipitazioni. Il Piano nazionale di adattamento indica la direzione, ma ora occorrono priorità e finanziamenti

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«Il problema dei cambiamenti climatici resterà con noi per molti anni». Antonio Navarra, presidente del Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc), risponde con una metafora atletica per dire come percepisce la crisi climatica: «Non si tratta dei 100 metri sprint ma di una maratona in cui incontreremo tante fasi e cicli politici, di alti e bassi, a seconda anche della situazione generale in cui ci troviamo. La cosa fondamentale è riuscire a tenere alta l’attenzione in modo da avere una risposta coerente al problema». Gli abbiamo chiesto quali saranno le ripercussioni sul nostro Paese nei prossimi anni.

Il rapporto Unep ha dichiarato che supereremo 1,5 C° di temperatura globale. Che cosa significa per il nostro pianeta?

«Quello che dice il rapporto Unep corrisponde a mettere nero su bianco quello che la comunità scientifica sospettava da tempo: a fronte della lentezza con cui le politiche di mitigazione vengono implementate e della mancanza significativa di riduzione delle emissioni di carbonio, i cambiamenti climatici continuano ad andare avanti. Se anche riuscissimo a bloccare oggi le emissioni di CO2, l’anidride carbonica ad ora già presente in atmosfera ci dà un mezzo grado di aumento sui prossimi 20 anni. E siamo sempre più vicini a superare la soglia dei 2 °C».

Quali saranno le conseguenze?

«L’aumento della temperatura si traduce in un cambiamento delle abitudini dell’atmosfera. In particolare, certe situazioni che erano rare diventano normali. Quindi la probabilità che noi avremo delle estati fortemente anomale, nel senso di molto calde, aumenta. Lo stesso vale per gli eventi estremi. Un altro fattore riguarda il posizionamento del Mediterraneo, al centro tra le zone tropicali e le medie latitudini. Il cambiamento climatico sposta questo bordo leggermente più a nord, di 200-300 chilometri, che sono sufficienti per allungare le estati e far sì che le precipitazioni diminuiscano e che la probabilità di avere cambiamenti di temperatura molto alta aumenti».

Governi e amministrazioni locali devono fare affidamento sulla scienza nella gestione della cosa pubblica?

«La scienza è pronta a fare la sua parte. Però c’è un aspetto che talvolta viene sottovalutato ed è la differenza tra mitigazione e adattamento: mentre la prima si negozia a livello globale, la seconda avviene proprio a livello locale, perché è responsabilità delle comunità e dei territori. E una comunità che decide di non adattarsi, rispetto ad un’altra che applica strategie di adattamento, subisce danni in maniera diretta».

Che cosa pensa del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc)?

«Il piano contiene una serie di misure e proposte ed è lo strumento giusto, bisogna però stabilire priorità e trovare i finanziamenti per farlo funzionare. È una necessità che diventa sempre più pressante».

Serve una nuova idea di sicurezza per affrontare il clima che cambia

Le conseguenze dei cambiamenti climatici stanno modificando le condizioni per cui le infrastrutture – reti idriche, energetiche, di trasporto, digitali e logistiche – sono state create, mentre invecchiamento, scarsa manutenzione e disuguaglianze territoriali ne accrescono la vulnerabilità. Questi aspetti vengono messi in luce nel «Future brief», realizzato dal Cmcc e presentato nell’ambito dell’iniziativa «Ecosistema Futuro» di ASviS.

Il dato allarmante è che un terzo delle infrastrutture pubbliche ha superato i 50 anni di età aumentando il rischio di guasti e impatti a cascata. Il documento traccia degli scenari che impongono all’Italia del 2050 un cambio di prospettiva: transitare da logiche emergenziali verso un approccio anticipatorio ed equo. In particolare, il brief propone tre interventi per concretizzare questa traiettoria: costruire una governance multilivello in grado di mettere in moto il Pnacc, ridurre i divari territoriali, garantendo alle aree svantaggiate meccanismi redistributivi, competenze e strumenti operativi avanzati, e ridefinire gli investimenti pubblici nel lungo periodo, misurando l’efficacia della spesa infrastrutturale in base alle crisi evitate, ai danni ridotti e al benessere sociale generato.

Piantare gli alberi resta una soluzione

Diversi studi citano la rimozione dell’anidride carbonica dall’atmosfera come una delle soluzioni per raggiungere i target climatici al 2030 e al 2050. «Il tema del carbon removal è preso in esame da tempo, e ora sta diventando “popolare” proprio per via dell’overshoot – riferisce Antonio Navarra, che è anche professore ordinario di Fisica all’Università di Bologna –. Il problema è che non disponiamo al momento di una tecnologia che ci permetta di rimuovere l’anidride carbonica alle scale necessarie per avere un impatto significativo. Qualunque tecnologia deve avere due qualità: la prima è quella di emettere meno anidride carbonica di quella che produce in atmosfera e la seconda che deve essere in grado di scalare a delle quantità che impattano meno sul Pianeta».

Una soluzione per la rimozione del carbonio in atmosfera rimane quella di piantare alberi, con un’attenzione particolare nella gestione della pianta a fine vita: «Se lasciamo la vegetazione che abbiamo rimosso a terra, l’anidride carbonica torna in atmosfera, per cui gli alberi vanno fisicamente rimossi e sequestrati in modo che il carbonio non entri più in ciclo. Anche in questo caso le quantità di alberi necessarie per avere benefici sono enormi e ciò rende questo approccio problematico», conclude Navarra.

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