Magni: «Io, bergamasco
nell'ombelico del mondo»

Facebook e Skype non c'erano ancora, e per un giovane bergamasco non era affatto scontato prendere armi e bagagli e partire. Marcello Magni l'ha fatto. Dalla scuola del Teatro alle Grazie prende il volo nel 1980, studia teatro a Parigi, poi a Londra fonda il Theatre de Complicité.

Facebook e Skype non c'erano ancora, e per un giovane bergamasco non era affatto scontato prendere armi e bagagli e partire. Marcello Magni l'ha fatto. Dalla scuola del Teatro alle Grazie prende il volo nel 1980, studia teatro a Parigi, poi a Londra fonda il Theatre de Complicité, complici altri tre ventenni.

Tutti sono diventati grandi artisti, anche se l'avventura di Marcello è persino più importante, come dimostrano gli ultimi impegni. «Sono stati mesi intensi quelli appena trascorsi. Dopo essere stato a New York in aprile con lo spettacolo "Fragments" diretto da Peter Brook, ho creato in Quebec in collaborazione con Robert Lepage lo spettacolo "Hearts" che andrà in scena in Germania a fine settembre. Lo scorso giugno sono stato in tournée in Corea, Israele e Romania con lo spettacolo "The Bee", del regista Hideki Noda, direttore artistico del Tokyo Metropolitan. A Tokyo e a Londra ho iniziato in simultanea la preparazione di due diverse regie, l'una di Toumoko Marya e l'altra di Kathryn Hunter, nonché di un altro testo di Hideki Noda "Tinker Bell". Il primo lavoro esordirà a gennaio, il secondo nel 2015. L'anno prossimo, a marzo, mi attende a Parigi la preparazione del nuovo spettacolo di Peter Brook, "The Valley Of Astonishment". Sono già programmati spettacoli a Londra, Parigi, Amsterdam e New York».

In queste settimane però è tornato in città, come mai?
«Sto esplorando con un gruppo di giovani bergamaschi la messa in scena di un testo giapponese, "The Running Sumo Wrestler", di Yasutaka Tsutsui. I ragazzi hanno apprezzato il fatto di esser stati messi nella condizione di poter lavorare in un ensemble ampio, di quattordici attori. Cosa poco frequente tra le compagnie locali. Tutti si sono sorpresi nello scoprire questa nuova identità collettiva e cooperativa, quel senso di complicità. Quella "Complicité" che ha dato il nome alla compagnia per la quale ho lasciato l'Italia».

Cosa ha significato lanciarsi in questa avventura fuori confine?
«Incontrare Lecoq a Parigi nel 1980 ha ampliato la mia comprensione di quello che è il mondo teatrale, avvicinandomi a stili totalmente nuovi. Ho potuto incrociare artisti internazionali, dai clown-attori Pierre Byland e Philippe Gaulier, agli attori del Peching Opera. Esperienze che mi hanno procurato enormi emozioni, mettendo in gioco profonde, ma salutari, inquietudini sulla direzione della ricerca da intraprendere, nonché intensissimi dolori muscolari per gli esercizi inusuali che mi hanno fatto fare. Il prezzo pagato, ma ne valeva la pena, è stato imparare il francese, fare il cuoco in una brasserie americana a Parigi, adattare il cento lire alla fessura dei gettoni da cinque franchi per chiamare casa. Per i primi dieci anni "Complicité" è stata la mia famiglia teatrale. Abbiamo fatto una ventina di produzioni e ci siamo esibiti in tutto il mondo. "The Observer" ci ha così definito: una compagnia di culto. In Inghilterra siamo stati elemento fondamentale nello sviluppo di una nuova espressione teatrale che ha riscoperto la centralità della fisicità in scena».

E dopo tale esperienza?
«Ho fatto un nuovo salto nel buio, incoraggiato da una grandissima attrice, Kathryn Hunter, che ho sposato. Ho lavorato per "The Shakespeare Globe Theatre", avvicinato Shakespeare, per poi entrare nella tana del lupo recitando per la Royal Shakespeare Company, l'accademia del teatro inglese. Credo di aver portato una ventata di aria fresca nell'interpretazione dei personaggi comici di quella tradizione».

Com'è la sua vita?
«Stare poco a casa e molto in giro. Fare teatro significa incontrare in continuazione attori e artisti provenienti da tutte le parti del mondo. Persone, più o meno famose, tutte ricche di sensibilità e progetti, spesso molto diversi dai miei ma assolutamente stimolanti. È curioso come talvolta incroci persone che anni dopo sviluppano imprevedibili traiettorie. Per esempio negli anni Novanta ebbi come studente Sasha Baron Coen, diventato poi noto come Borat».

Bergamo si candida a capitale della cultura europea. Cosa pensa di questa sfida, lei che nella dimensione europea vive da almeno trent'anni?
«La mia esperienza mi ha permesso di respirare aria europea e mondiale; di essere stimolato da tante cose, molte esperienze, da incontri, modi diversi di lavorare e pensare al teatro. Alla vita anche. Sono stato a Glasgow quando è stata capitale europea della cultura e lì ho percepito, così come a Edimburgo, la forte vocazione culturale di centri che erano già poli magnetici di attrazione. Città che attraggono in virtù di una vitalità riconosciuta, di crediti acquisiti sul campo. Penso che un'esperienza diventi importante se non è solo di facciata, e possa essere approfondita a patto di essere assorbita dal contesto che la circonda. Forse Bergamo deve maturare una forte consapevolezza del progetto culturale che vuole proporre all'Europa, all'Italia, agli altri. Stando attenta a creare un terreno fertile, soprattutto per i giovani, offrendo loro contatti vitali di crescita e di autentico stimolo. La candidatura può essere una grande occasione per rivolgere lo sguardo verso ciò che è oltre e diverso dalle nostre consuetudini».

Ugo Bacci

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