Il bimbo che ci apre
gli occhi sull’umanità

«Mamadou va a morire» è il titolo di un libro pubblicato nel 2007. Racconta le storie dei migranti che attraversano l’Africa per raggiungere l’Europa. Molti muoiono durante la traversata del Mediterraneo. Il senegalese Mamadou era uno di loro.

Quel libro denunciava l’ecatombe sulla quale solo in questi mesi l’Europa ha aperto gli occhi, dopo vent’anni di ignavia. È servito anche lo schiaffo di una fotografia - il corpo esanime del piccolo siriano Aylan sulla spiaggia greca di Kos - per generare un sussulto di umanità e rompere l’omertà. Sulle spiagge di Kos intanto i bambini continuano a morire (altri due corpi sono stati ritrovati domenica scorsa) ma non ci sono più fotografi. Non è questo però il punto.

Ci sono grandi lutti che portano nuova vita e fanno emergere l’umanità di persone che solitamente non siamo capaci di vedere, immersi come siamo nel cinismo dei nostri tempi. Ma per fortuna, come diceva lo scrittore Carlo Dossi,«continuamente nascono i fatti a confusione delle teorie». Pure fatti tragici hanno la potenza di sovvertire pregiudizi e pensieri pigri.

Mamadou è anche il nome del bambino senegalese di dieci anni morto mercoledì notte a Zingonia, precipitato dall’8° piano della casa dove viveva con i genitori e quattro tra fratelli e sorelle. La cronaca nera ha il potere (e il rischio) di accompagnarci dentro le vite degli altri, prima a noi ignote. Così abbiamo scoperto una famiglia africana come ormai ce ne sono tante nella Bergamasca. Migranti che non fanno notizia, non incasellabili nei fatti di cronaca che amplificano la paura dello straniero. Oltretutto la famiglia Fall abita a Zingonia, un paese che gode di un’immeritata, grigia fama.

E invece in questi giorni di lutto abbiamo visto la bella umanità che abita da quelle parti. Il cordoglio di tanti bergamaschi, la veglia per Mamadou che ha accomunato musulmani e cristiani, i ricordi dei compagni di classe del bambino, la colletta per pagare il viaggio della salma in Senegal, la commozione del sindaco di Ciserano Enea Bagini nell’abbracciare il papà del piccolo. La sua morte, ha detto il primo cittadino, «ci ha fatto riscoprire che siamo una comunità». Perché ci sono grandi lutti che portano nuova vita. E affermano che ogni uomo ha innato il desiderio di verità, di giustizia e di amore. È in questo territorio comune dell’anima che i popoli possono incontrarsi per costruire un mondo migliore. Qualcuno con lo sprezzo dei cinici bollerà questi giudizi come «buonisti». Ma è un problema suo, di umanità rattrappita, non nostro.

Grazie piccolo Mamadou.

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