Togliete i migranti
dal ring della Tv

Stiamo vivendo un situazione internazionale di eccezionale gravità. Il disfacimento degli Stati mediorientali (dalla Siria alla Libia al traballante Iraq) è paragonabile alla caduta del Muro di Berlino ad altra latitudine. Una concatenazione di eventi legati da una drammatica razionalità e non da un destino imprevedibile. L’abbattimento di regimi con la forza ha accelerato la storia consegnandola al caos perché l’«esportazione della democrazia» sulla punta delle baionette non aveva previsto l’alternativa a poteri autoritari che tenevano in piedi Paesi fragili per diversità religiose, etniche e tribali.

L’impennata degli sbarchi sulle coste italiane è solo uno degli effetti di questo caos. Ci voleva il sacrificio di 900 migranti morti in una notte per generare il sussulto della politica e far pronunciare finalmente la parola «urgenza» ai leader europei, finora imbrigliati dalla preoccupazione del consenso a breve termine.

Se il populismo politico si è fermato sulla soglia del dolore (tranne le solite eccezioni di chi fa di quel sistema una questione di sopravvivenza), quello giornalistico ha messo in scena anche spettacoli poco degni. A vedere certi talk show c’è da restare esterrefatti. In studio è stato allestito il solito salotto del pro e contro, con un profluvio di ovvietà e constatazioni («l’Europa deve fare qualcosa», «non possiamo accogliere tutti», «le imbarcazioni vanno fermate alla partenza») fino a scadere nell’invettiva e nell’insulto.

C’è il parlamentare che parla di principi, quello antieuropeista che si appella all’Europa, il paladino «della gente», l’ex ministro che pontifica sul da farsi (ma non spiega perché non lo ha fatto quando era al governo) e invita a stringere un’intesa col governo libico di Tobruk per fermare le partenze delle barche, ignorando che avvengono soprattutto da quella parte di Libia sotto l’altro governo di Tripoli. Nessuno sembra sapere che il peschereccio affondato sabato notte nel Mediterraneo peraltro è salpato dall’Egitto, Stato amico dell’Italia, e solo poi ha caricato i migranti in Libia: un particolare importante per risalire alla catena di comando dei trafficanti di disperati.

Davvero un brutto spettacolo in prima serata. Il silenzio sarebbe stato più serio e rispettoso del lutto, ma evidentemente prevalgono le esigenze anche televisive della campagna elettorale per le regionali di fine maggio. Quali informazioni utili a districarsi nella complessità delle questioni in gioco a sud di Lampedusa ricavino i telespettatori, non è una responsabilità sentita dai promotori di quei format, più simili a ring sulla pelle dei disperati che a luoghi d’informazione. In studio non trovano mai ospitalità esperti della materia e anche i numeri diventano aleatori. S’invoca l’Europa come se fosse un’entità maligna e astratta e non invece la somma delle decisioni dei suoi 28 Paesi membri.

A proposito di numeri ad esempio, il 70% dei rifugiati si concentra in soli 5 di questi Stati, Italia inclusa. E tra i provvedimenti che l’Ue discuterà domani non c’è una possibile diversa ripartizione delle quote di profughi. Ci sarebbero altre cifre interessanti per allargare lo sguardo. Ancora ad esempio: l’Italia è il 9° esportatore di armi al mondo ed ha come secondo miglior cliente gli Emirati Arabi, che giocano un ruolo nel destabilizzare il Medio Oriente secondo la logica del «divide et impera». È di moda poi citare la Libia (quello che ne resta…) ma non il Mali, via di transito dei migranti verso il Mediterraneo e protagonista dell’«economia del contrabbando» di droga e di disperati, che vede implicato anche l’esercito. Insomma, ce ne sarebbero di argomenti da trattare per cercare soluzioni al dramma che si consuma nel Mediterraneo da anni (21 mila morti accertati dal 1988 a oggi) e chiamare la politica a risposte adeguate. Altrimenti è meglio il silenzio.

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