Terrorismo
La Spagna è vicina

La piazza umana è tutto per Barcellona: la vita e, purtroppo, pure la morte. Ma anche il riscatto composto di un popolo che si rialza e che si rimette in cammino per riuscire a farcela, come s’è visto nella manifestazione anti terrorismo di sabato. George Orwell, l’autore del celebre «Omaggio alla Catalogna» che racconta la mattanza della guerra civile degli anni ’30, appena giunto a Barcellona per arruolarsi nelle formazioni anti franchiste rimase colpito dalle fiumane di persone che andavano e venivano senza posa per le Ramblas.

«Ed era l’aspetto della folla la cosa più straordinaria», scriveva, nel sottolineare la generosità dello spagnolo, a volte quasi imbarazzante. Una generosità intesa come «autentica larghezza di spirito, ch’io ho sempre ritrovato nelle circostanze meno favorevoli».

Quel tratto di penna elegante, posato sulla fiera nobiltà dei catalani resiste orgoglioso nelle tragedie di oggi, ma la coincidenza fra il terrorismo che colpisce alla cieca e il ritorno del separatismo (alla vigilia del referendum sull’indipendenza, giudicato illegale da Madrid dopo le sentenze della Corte costituzionale) costituisce un’infelice combinazione. Lo si è visto, stridente, in questa settimana che separa la strage sulle Ramblas dalla risposta delle istituzioni. Non s’è visto vero feeling fra le autorità di Barcellona e quelle di Madrid, la filiera dei filtri informativi fra la periferia e il centro non ha funzionato a dovere nonostante i risultati operativi delle forze di sicurezza sul campo, un avvertimento informale venuto dal Belgio l’anno scorso e relativo alla mente della cellula islamista non è riuscito a prevenire gli attacchi del 17 agosto che hanno ucciso 17 persone. Non solo. Par di osservare un’esasperata rivalità fra la polizia catalana e quella di Madrid.

Una difficoltà di comunicazione che non riesce a superare il limite storico originario della controversia fra separati in casa e che ne influenza profondamente i comportamenti pratici. Il rischio è che la battaglia politica nel governo nazionalista catalano, e fra questo e Madrid, interferisca con l’intesa istituzionale per la lotta al terrorismo, indebolendone l’efficacia, là dove si cerca viceversa di tenere distinti i due piani. Se altrove la replica dello Stato di diritto alla violenza riunisce e ricompone tutto ciò che fa coesione nazionale, nel caso specifico della Spagna-Catalogna si conferma nei fatti che contano una divisione che viene da lontano. La Spagna, colpita a lungo dal terrorismo basco ora in via di dismissione dopo l’accordo sul disarmo, si sente vulnerabile più di prima. Un deficit che cresce nella Catalogna che vorrebbe far da sola e rinchiudersi, mentre è alle prese con un pericolo mortale più grande di lei: la trama terroristica internazionale, i collegamenti in Marocco, Belgio e Francia. Quel che sappiamo dalla strage sulle Ramblas è che dinanzi ad un terrorismo che non sceglie le vittime ma che le pesca in una tragica lotteria, tutti siamo indifendibili. E per i nichilisti di ogni risma la ricerca di varchi criminali si rivela più vicina quando all’indifendibilità si aggiunge un fragile coordinamento dentro lo Stato (il caso Spagna-Belgio) e fra Stati (problema europeo). Ma se nei primi attentati a Parigi e a Bruxelles era stata sollevata la questione del mancato scambio di informazioni investigative, nel caso di Barcellona le insufficienze appaiono tutte interne, che derivano in questa circostanza da uno Stato debole e diviso, da un’Intelligence frazionata e dall’assenza di un canale coerente che smisti le informative alla struttura di comando.

È quel che in positivo viene detto dell’Italia, che invece da un paio d’anni dispone di un coordinamento interforze. La tragedia di Barcellona ci riguarda non solo in quanto Madrid è un partner nel costruire sicurezza nel Maghreb e nel Sahel, la nuova area d’insediamento delle milizie islamiste in rotta da Siria e Iraq. Ma ci coinvolge soprattutto, perché fino a una settimana fa i cugini mediterranei condividevano con noi cinque caratteristiche, solitamente usate per spiegare con tutta la prudenza possibile la rassicurante anomalia dei due Paesi, fin qui solo sfiorati lontanamente dagli attacchi terroristici. E cioè: basso profilo in Medio Oriente (e comunque con una prevalenza della leva diplomatica), buona integrazione delle comunità islamiche, scarsa presenza delle seconde generazioni di immigrati, numero limitato dei «foreign fighters», simbolo della radicalizzazione estrema, e collaudata esperienza nell’impiego degli infiltrati (nell’Eta e nelle Brigate rosse).

Questi fattori, sulla carta, tendevano a ritenere la Spagna immune o tendenzialmente protetta dopo la strage del 2004 a Madrid, pur in presenza di un elevato numero di maghrebini (non una novità, piuttosto una costante storica di questo Paese). La smentita di questa teoria impone all’Italia una riflessione in più.

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