
L'Editoriale
Domenica 10 Gennaio 2021
La saggezza
incompresa
La notte della democrazia americana, con l’assalto al Congresso, dimostra tre aspetti del populismo: è una minaccia permanente dentro i meccanismi della democrazia, rivela un confine facile con formule plebiscitarie se non autoritarie, e testimonia un processo di radicalizzazione che non è limitato agli Stati Uniti. Non conviene soffermarsi più di tanto sui motivi vichingo-folcloristici e anche demenziali, che pure ci sono stati: il trumpismo si spiega non esclusivamente con i disturbi caratteriali di una parte degli hooligans della nuova destra e con il narcisismo del loro capo, ma con i mutamenti demografici e sociali che hanno riconfigurato i tradizionali schieramenti di voto lungo l’asse destra-sinistra. Ovunque pezzi di società soffrono e confidano nell’uomo della provvidenza, il quale solitamente si rivela una grande illusione.
È il declino di un’America tutt’altro che consensuale, in parallelo al progetto di un’Europa smart e tecnologica, che si vorrebbe capace di riassumere secondo gli algoritmi economici le tante esistenze dei diversissimi europei. Trump non viene dal nulla e non è figlio di nessuno, pur essendo un lascito del proprio tempo: sarà archiviato come presidente di una stagione infelice, tuttavia le sue tracce eversive e contagiose resteranno. Vi sono precise responsabilità, perché è dalla rivoluzione conservatrice di Reagan che è iniziata la lunga marcia della destra radicale dentro le istituzioni di un Paese, in cui le disuguaglianze sociali si sono coltivate e inasprite ed è tornata prepotente la questione razziale con lo sdoganamento del «rancore del Sud» e dei suprematisti bianchi. Il mito americano, quello di una democrazia esemplare e di una società meritocratica, andrebbe rivisto con maggiore consapevolezza critica, per quanto possa godere di prestigio fra chi è nato anche da noi con la camicia. A cominciare da un sistema istituzionale verso l’alto, quello di un presidenzialismo puro, che sta rivelando tutti i propri limiti: un deficit che viene da lontano. Si chiama febbre della democrazia ed è la stessa malattia che erode il capitale umanistico dell’Europa.
Trump è stato investito del ruolo di pivot di una sorta di Internazionale nazionalista, per la combinazione nel 2016 della Brexit e della sua elezione alla Casa Bianca, assegnandogli un primato negativo che neppure merita. In realtà è stata l’Europa a sperimentare sulla propria pelle, in forma pionieristica, tutte le possibili varianti di quello che per semplicità chiamiamo nazionalismo etnico o populismo antisistema con esiti non memorabili. Ci sono in circolazione troppi cattivi maestri, talora coccolati, sovente contrastati con troppi ma e se, al di qua e al di là dell’Atlantico. Disponibili a esercitare la virtù del dubbio solo verso gli amici e non i nemici. Noi italiani ne siamo parte: non ci bastano le dure repliche della Storia? Sono almeno 20 anni che la liberaldemocrazia europea si confronta con le sue forme ibride e inquinanti. Risale ai primi anni ’80 l’iniziale successo elettorale del vecchio arnese della Francia colonialista, il Fronte nazionale di Le Pen padre, poi replicato nel 2002 con la sconfitta del premier socialista Jospin al primo turno delle presidenziali. Nel 2000 nell’Austria felix l’estrema destra va al governo. L’«America first» è preceduta dall’«Austria innanzitutto», il fortunato slogan di Haider già nel 1993. Da allora nell’arco alpino delle piccole patrie partiti centristi e della destra democratica si estremizzano al seguito di un nuovismo che rielabora formule nostalgiche fin lì improponibili e che miscela in forma eccentrica le istanze dei più ricchi e dei più poveri: il liberismo a beneficio dei produttori e il welfare su base etnica.
Un’epidemia che ha trovato terreno fertile nel Nord, nell’Est Europa e nel Baltico. Con una diffusione inquietante dell’estrema destra, che ha colto al volo la compiacenza degli ambienti conservatori e, in alcuni casi, le omissioni della destra democratica. È la prima volta dal dopoguerra che la Germania vede l’estrema destra rappresentata al Bundestag in un Paese dove la politica della legalità di Angela Merkel è peraltro ineccepibile. Paesi ex satelliti dell’Urss, come Ungheria e Polonia, pur considerando le loro tragedie storiche, sono borderline rispetto allo Stato di diritto: una democrazia à la carte, libere elezioni e dintorni, ma tutele inadeguate per gli istituti di garanzia, come la magistratura e la stampa di opposizione.
C’è in effetti un parlamentarismo sull’orlo di una crisi di nervi. Da un lato la Gran Bretagna vintage della Brexit, dall’altro la scossa energetica per la vecchia Europa generata dal populismo. Un continente che ha in pancia povertà e paura e, soprattutto, una richiesta di autorità e di delega verso l’alto del potere da parte dei ceti popolari: quello che si chiama soft power, cultura pop, non funziona più.
Il conflitto fra democrazia e sovranismo è entrato in una nuova fase e c’è da interrogarsi sui modelli di democrazia diretta, sul presidenzialismo spinto dell’uomo solo al comando. Ci lamentiamo, noi europei, di una democrazia non decidente, ma dovremmo riflettere sulla saggezza incompresa dei sistemi parlamentari e se lo schema gerarchico e verticale che ha mandato Trump allo sbaraglio sia davvero augurabile.
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