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Le migliori cinque serie tv da guardare in questo periodo

Articolo. Gangster inglesi in trasferta sul Lago Maggiore, famiglie che nascondono troppi segreti, ranch texani e thriller da divorare fino all’ultimo episodio. Più un legal drama brasiliano che mi ha fatto tornare voglia di perdermi tra aule di tribunale, casi irrisolti e verità da dimostrare

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The Gentelment 2 (Foto Netflix e Indiana Production)

L’autunno porta con sé il solito repertorio di buoni propositi: ricominciare, organizzarsi, recuperare quello che abbiamo lasciato indietro. Anche le piattaforme sembrano essersene accorte e hanno cominciato a riempire i cataloghi di ritorni e nuove storie con cui affrontare il rientro. Mettetevi comodi e buona visione!

«The Gentlemen 2»

Disponibile su Netflix

La seconda stagione di «The Gentlemen» porta Guy Ritchie in Italia e, soprattutto, mette davanti alla sua macchina da presa tre attori italiani: Sergio Castellitto, Benedetta Porcaroli e Michele Morrone. Un innesto che vale già la curiosità, anche perché Ritchie, quando guarda al nostro Paese, non rinuncia certo all’immaginario che il cinema internazionale gli ha costruito attorno: ville, aristocratici, criminali, famiglie potentissime, affari poco trasparenti e quell’eleganza italiana che, nelle sue mani, finisce sempre per avere qualcosa di minaccioso.

Castellitto interpreta Marco Moretti, boss italiano tanto raffinato quanto pericoloso, Porcaroli è Bella, aristocratica e criminale insieme, Morrone veste i panni di Cico Maldini, marito di Bella e uomo incaricato di muoversi nel sottobosco locale per conto di Eddie Horniman e Susie Glass. Il trasferimento dall’Inghilterra all’Italia settentrionale amplia il mondo della serie e permette a Ritchie di divertirsi con un repertorio di immagini che conosciamo fin troppo bene. La sorpresa, per me, è soprattutto Morrone. In Italia la sua carriera è stata accompagnata da una certa diffidenza, quando non da un vero e proprio accanimento da parte della critica cinematografica. Il successo di «365 giorni» gli è rimasto appiccicato addosso come un’etichetta difficile da scrostare. Nel frattempo lui ha continuato a lavorare all’estero, un film americano dopo l’altro, costruendosi una carriera internazionale e recitando in inglese con una naturalezza che meriterebbe forse uno sguardo meno snob. In «The Gentlemen» quella sicurezza si vede. Morrone sfoggia un inglese fluido, un notevole senso dei tempi comici, una fisicità che la macchina da presa sfrutta benissimo e, soprattutto, sa stare nella scena.

Foto 2, Michele Morrone @Fred Duval / Shutterstock.com

Non sembra l’attore italiano chiamato a fare l’italiano in una produzione straniera. Sembra uno che ha capito perfettamente il gioco e ha deciso di divertirsi.

Anche perché il gioco di Ritchie è piuttosto scoperto. La sua Italia è un’Italia da esportazione, costruita con materiali cinematografici ormai sedimentati: il lago, le ville, i cognomi importanti, la criminalità organizzata, la nobiltà, i completi impeccabili e la convinzione che dietro ogni porta chiusa si nasconda qualcuno disposto a fare un favore in cambio di molto denaro.

Persino quando prova a essere originale, insomma, Ritchie non riesce del tutto a sottrarsi al cliché italiano. Ma questa volta il cliché viene alimentato da chi lo conosce bene. Castellitto può permettersi di caricare l’archetipo del boss senza trasformarlo in una macchietta, Porcaroli gioca con il mondo aristocratico senza diventare semplicemente l’ennesima bella italiana, Morrone, invece, sembra prendere tutti gli stereotipi che gli vengono consegnati e restituirli con un mezzo sorriso. Gli attori sono consapevoli dell’immaginario nel quale sono stati messi e non hanno paura di giocare con quello che Ritchie si aspetta da loro.

Morrone, in particolare, sembra aver trovato nel cinema internazionale uno spazio nel quale il suo essere “troppo bello”, accusa che in Italia gli è stata spesso rivolta quasi fosse una colpa, diventa finalmente uno strumento e non un ostacolo. Guy Ritchie se ne accorge e lo usa. Lui, per fortuna, non fa nulla per nasconderlo.

«Un sacrificio di sangue»

Disponibile su Netflix

Il noir nordico non ha bisogno di molti ingredienti per mettere a disagio: una città apparentemente ordinata, un delitto violento e un’indagine che comincia a scavare dove sarebbe stato meglio non farlo. «Un sacrificio di sangue», miniserie svedese in cinque episodi, parte dall’uccisione di due poliziotti e mette al centro Thomas Berg, detective incaricato di occuparsi del caso.

Per andare avanti nelle indagini Thomas deve rivolgersi al padre Alfred, ex poliziotto dal quale si è allontanato. Il caso criminale diventa così anche la storia di un rapporto familiare rimasto in sospeso, con tutto il carico di rancori, silenzi e responsabilità che si porta dietro. La serie non separa mai davvero i due livelli. Da una parte l’indagine procede tra pressioni interne alla polizia, nuove minacce e un contesto sempre più teso, dall’altra Thomas si ritrova costretto a fare i conti con un uomo che appartiene al suo passato e che, proprio per questo, conosce lati di lui che gli altri investigatori non possono vedere.

È un meccanismo narrativo che funziona perché la ricerca del colpevole non rimane confinata al classico gioco degli indizi. Ogni passo avanti nell’inchiesta porta con sé una domanda sulla lealtà, sul rapporto con l’istituzione e sul confine tra ciò che è giusto fare e ciò che diventa necessario fare quando le regole cominciano a ostacolare la verità.

Il titolo acquista così un significato meno letterale: il sacrificio riguarda anche quello che una persona è disposta a mettere in gioco quando decide di non lasciar perdere. E, in una storia costruita attorno a un padre e a un figlio che tornano a confrontarsi proprio mentre un’indagine li costringe dalla stessa parte, il prezzo da pagare non è soltanto professionale.

Ransom Canyon 2

Disponibile su Netflix

Per «Ransom Canyon» ho un debole dichiarato. La sua seconda stagione mi ha restituito quella sensazione che ormai associo a certe serie televisive degli anni Novanta: il piacere di entrare in una comunità e restarci per un po’.

Penso a «Sullivan’s Crossing», per esempio. Non tanto per la trama, quanto per quell’atmosfera domestica, quasi casereccia, in cui il paesaggio conta quanto i personaggi e le relazioni hanno ancora il tempo di sedimentare. Il ranch, il bar, i cavalli, le famiglie che si conoscono da sempre, le storie che passano da una generazione all’altra: «Ransom Canyon» non ha paura di essere rassicurante.

La serie segue le famiglie che vivono nella comunità texana di Ransom Canyon, con Josh Duhamel nei panni del rancher Staten Kirkland e Minka Kelly in quelli di Quinn O’Grady, tornata a casa dopo un periodo trascorso a New York. Intorno a loro si muovono amori, rivalità, eredità e vecchie questioni mai veramente risolte. Ma il romanticismo texano è soltanto la superficie. A interessarmi è soprattutto la promessa di poter conservare quel mondo.

Il Texas della serie è un luogo in cui terra e identità coincidono. Un ranch non rappresenta soltanto un’attività economica: è la casa, la memoria familiare, il lavoro di generazioni. Difenderlo significa difendere una certa idea di vita. Il problema è che fuori da quel recinto esiste un’economia che guarda la stessa terra e vede soprattutto un’opportunità.

La serie mette così in contrasto due modi di intendere il territorio: quello di chi lo abita e quello di chi lo considera una risorsa da acquisire e trasformare. Le grandi aziende, gli interessi immobiliari e il denaro arrivano a mettere in discussione quel paesaggio apparentemente immutabile. Ed è qui che il suo sentimentalismo diventa quasi malinconico. Ransom Canyon continua a coltivare l’immagine di un mondo bucolico in cui ranch, cavalli e comunità possono resistere al resto del mondo, anche se sappiamo benissimo che quella resistenza ha qualcosa di utopico.

Forse è proprio questo il suo fascino: non pretende di dimostrare che quel mondo esista ancora intatto, per qualche ora ci permette semplicemente di immaginare che possa sopravvivere. Peccato che, proprio mentre mi godevo questa seconda stagione, sia arrivata la notizia della cancellazione della serie. Netflix ha deciso di fermarsi qui. E così quell’idea di ritorno, di paese in cui prima o poi tutti si ritrovano, assume un sapore ancora più nostalgico.

Ovunque tu sia

Disponibile su Netflix

Ho iniziato «Ovunque tu sia» per il cast e sono rimasta incollata a guardare per tutto il resto. Sam Worthington, Britt Lower, Milo Ventimiglia, Madeleine Stowe e Jonathan Tucker sono un gruppo di attori abbastanza interessante da meritare già un’occhiata, soprattutto perché ritrovarli lontani dai ruoli con cui li abbiamo associati più facilmente aggiunge un ulteriore livello al gioco.

Worthington interpreta David Burroughs, condannato per l’omicidio del figlio Matthew. Britt Lower, dopo essere diventata uno dei volti più riconoscibili di «Scissione» nei panni di Helly, interpreta Rachel Mills, giornalista investigativa ed ex cognata di David. Milo Ventimiglia, che molti spettatori continueranno inevitabilmente ad associare a Jack Pearson di «This Is Us» o al Jess di «Una mamma per amica», veste invece i panni di Ryan Blanchard.

La storia prende avvio quando una fotografia rimette in discussione una morte considerata certa. David vede un bambino che potrebbe essere Matthew e quella sola immagine basta a riaprire una vicenda che sembrava conclusa. Da quel momento il racconto procede per rivelazioni successive, con il passato che torna continuamente a modificare il presente.

La serie non si brucia tutte le carte nei primi episodi e non utilizza il mistero soltanto come una scala verso il finale. Tiene il dubbio vivo fino alla fine. Quando pensi di avere individuato la direzione, arriva un elemento che la modifica; quando credi di aver capito un personaggio, scopri che mancava un pezzo; quando una pista sembra finalmente condurre alla soluzione, la storia apre un’altra porta.

Il cast contribuisce parecchio a questa sensazione. Le facce conosciute funzionano quasi come un ulteriore depistaggio: riconosci un attore, pensi di averne già intuito il ruolo e la serie può permettersi di giocare proprio con quell’aspettativa. Worthington, soprattutto, riesce a tenere David in una zona poco rassicurante, senza trasformarlo nell’innocente perfetto attorno al quale dovrebbe ruotare tutta la storia.

Otto episodi e una costruzione narrativa che continua a spostare il punto di equilibrio. La sensazione di sapere dove si andrà a parare arriva più volte, ma non dura mai abbastanza. Fino all’ultimo resta quella piccola inquietudine che ti fa dubitare della teoria appena elaborata, e alla fine diventa difficile interrompere la visione proprio perché vuoi verificare se avevi ragione.

«Habeas Corpus»

Disponibile su Netflix

Ho iniziato «Habeas Corpus» pensando di essere finita, nella versione brasiliana, de «Le regole del delitto perfetto». Una docente di diritto carismatica, una squadra di studenti brillanti, casi giudiziari complicati e quella promessa molto televisiva per cui, dietro ad una condanna apparentemente definitiva, potrebbe nascondersi una verità completamente diversa. Insomma, gli ingredienti per aspettarsi Annalise Keating con qualche grado in più di umidità tropicale c’erano tutti. Poi per fortuna la serie prende una strada tutta sua.

Al centro c’è la dottoressa Inez, stimata professoressa di diritto che dirige un gruppo impegnato nella revisione di condanne penali. Il caso da cui parte la storia riguarda un ragazzo condannato per un crimine che sostiene di non aver commesso; al suo fianco c’è Marina, la studentessa più brillante di Inez, che porta con sé una vicenda personale segnata da un’altra ingiustizia.

Il legal thriller si mescola così al melodramma, ma soprattutto si appoggia a una realtà concreta: «Habeas Corpus» trae ispirazione dal lavoro dell’Innocence Project Brazil e dai casi reali affrontati dall’organizzazione per ottenere la revisione di condanne ingiuste. È un elemento che cambia la prospettiva della serie, perché dietro il dispositivo televisivo del professore di diritto e degli studenti che risolvono casi complessi c’è una questione molto meno spettacolare e molto più grave: quanto è difficile rimediare a un errore giudiziario una volta che una condanna è diventata una verità ufficiale.

«Habeas corpus», nel diritto, è l’istituto che tutela la libertà personale e permette a un giudice di verificare la legittimità della detenzione di una persona. La formula latina può essere tradotta, molto sinteticamente, come «che tu abbia il corpo»: In questa espressione c’è l’idea che nessuno possa essere privato della propria libertà senza che la giustizia sia chiamata a verificare su quale base lo si stia facendo.

«Habeas Corpus» utilizza alcuni codici del legal drama americano per raccontare qualcosa di molto più legato alla realtà brasiliana e alla possibilità, tutt’altro che scontata, di correggere una sentenza.

Parte come un legal drama familiare e conosciuto e finisce per portarti davanti a una domanda molto meno televisiva: che cosa succede quando la giustizia sbaglia e qualcuno deve trovare il modo di rimediare?

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