Tra Europa e Cina non è tutto come prima

MONDO. Francia, Serbia e Ungheria. Le tre tappe europee della missione del presidente cinese Xi Jinping offriranno nelle prossime ore nuovi indizi e utili occasioni per riflettere sui rapporti tra il nostro continente e la seconda economia del pianeta.

Rapporti ancora oggi profondamente influenzati dall’atteggiamento della Germania, prima potenza economica europea. Sembrano lontani gli anni 10 dell’inizio del secolo, quando la cancelliera tedesca Angela Merkel tesseva con cura la relazione speciale di Berlino con Pechino, teorizzando – qui come a Mosca - il «Wandel durch Handel», il «cambiamento attraverso il commercio», cioè la presunta capacità di indurre mutamenti politici nei regimi autoritari grazie alle blandizie dello scambio di beni e servizi. Nel frattempo c’è stata la «Zeitenwende», la «svolta epocale», come la definì il cancelliere Olaf Scholz il 27 febbraio del 2022, nel suo intervento al Bundestag a pochi giorni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. E nell’estate del 2023 il governo tedesco ha pubblicato la sua prima Strategia nazionale per la Sicurezza, in cui definiva proprio l’ex Impero celeste come «concorrente e rivale strategico». Nonostante Scholz, nel corso della sua visita in Cina dello scorso aprile assieme a una delegazione di campioni del «made in Deutschland» (come Siemens, Bmw, Volkswagen e Mercedes-Benz), abbia usato con Xi toni ben più concilianti rispetto a quelli di altri leader occidentali, qualcosa nei rapporti tra Berlino e Pechino è cambiato in profondità.

Nel settore dell’industria, in Germania «si è creato – ha osservato Le Monde – un fossato tra i grandi gruppi, che producono sempre di più in Cina, e le imprese di taglia media per le quali invece il rapporto rischi-benefici del mercato cinese non è più così favorevole». Come ha detto al quotidiano francese Rolf J. Langhammer, del Kiel Institute for the World Economy, «molte piccole e medie imprese temono di perdere la tecnologia per la quale sono all’avanguardia mondiale se produrranno in Cina, per cui preferiscono esportare verso il Paese asiatico. Ma l’accesso a quel mercato per loro è diventato sempre più difficile. Per questo hanno accolto – in modo molto più deciso delle grandi aziende - la raccomandazione del governo sul “derisking”, cioè l’invito a diversificare fonti di approvvigionamento e sbocchi di mercato. Anche da qui la riduzione significativa, negli ultimi due anni, di quelle aziende che si dichiarano totalmente dipendenti da forniture cinesi per le loro produzioni.

La Cina, intendiamoci, rimane il primo partner commerciale della Germania, con scambi di beni che lo scorso anno ammontavano a 254 miliardi di euro (per avere un termine di paragone, l’interscambio Roma-Berlino vale 164,3 miliardi), ma a pesare sarebbero sempre più le circa 5.000 aziende tedesche che operano nel Paese asiatico. L’andamento dell’export tedesco verso Pechino non ha compiuto infatti nuovi balzi in avanti negli ultimi anni, mentre sta aumentando – ha notato Martin Sandbu sul Financial Times - «il reddito dei residenti tedeschi generato da investimenti in Cina». In altre parole, il sistema tedesco oggi fa crescere le sue fabbriche in Cina più rapidamente che le sue esportazioni verso la Cina. Se quella delle aziende di Berlino che producono «in Cina e per la Cina» non sarà una tendenza effimera, spiega Sandbu, ecco che di nuovo tornerebbero a divaricarsi gli interessi del Mittelstand, un mondo affollato di piccole e medie imprese esportatrici, e quelli delle grandi imprese. Basti pensare che quattro aziende come Volkswagen, Bmw, Daimler e Basf rappresentano insieme un terzo degli investimenti diretti esteri tedeschi in Cina. Non sarà un caso se oggi è Ralf Thomas, Cfo di Siemens, a lanciare pubblicamente l’allarme secondo cui «la dipendenza tedesca da Pechino durerà ancora dei decenni», seguendo la falsariga di quelli che due anni fa in Germania giuravano – sbagliando – che sarebbe stato impossibile emanciparsi dal gas russo. Da parte sua Ola Källenius, Ceo di Mercedes, invoca un azzeramento delle tariffe europee sui prodotti automotive cinesi, così da non compromettere – dicono i più maliziosi - l’agibilità di Mercedes nel Paese asiatico. E la più grande azienda chimica d’Europa, la tedesca Basf, ha annunciato di recente un ulteriore taglio dei posti di lavoro in patria e, in contemporanea, nuovi investimenti per miliardi di euro nel Guangdong. In Germania il patto filocinese tra mondo industriale, politico e sindacale dunque si è quantomeno incrinato. In Italia, primo partner commerciale di Berlino, faremmo bene a prendere nota e poi intraprendere le opportune misure a salvaguardia del nostro sistema produttivo.

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