Solo e lontano dalla famiglia
«In Francia prova di maturità»

Roberto Tiraboschi, studente di Loreto che ha deciso di passare dal liceo Falcone a una scuola di Nantes. «All’estero non basta la lingua studiata in classe». Il primo impatto con la Francia? Un po’ traumatico. Arrivò nella casa che lo avrebbe ospitato per un anno, e il giorno dopo cominciò subito l’anno scolastico. Da lì in poi avrebbe dovuto arrangiarsi da solo. Ma alla fine Roberto Tiraboschi, 19 anni, del quartiere cittadino di Loreto, si è ambientato e a Orvault, un paesino poco fuori Nantes, in Francia, ci è rimasto un secondo anno.

Roberto ha scelto nel 2015 di fare un’esperienza all’estero già durante le scuole superiori, nel suo caso mentre frequentava il Liceo linguistico Falcone. Ha contattato un’associazione che offriva la possibilità di essere ospitato da una famiglia estera, ed è partito per la Francia. «In questi casi – spiega Roberto –, dopo aver passato un test di lingua basilare, bisogna sempre compilare una marea di carte, segnalando i propri interessi, le proprie passioni, tutto ciò che ti caratterizza. Poi, semplicemente, sulla base di queste informazioni le famiglie che nel paese si sono rese disponibili ti scelgono. Io sono finito ad Orvault».

Posta nel dipartimento della Loire Atlantique e nella Regione dei paesi della Loira, dista solo un’oretta dal mare e due dalle spiagge della Bretagna, che poi Roberto avrebbe visitato durante le vacanze. Solo dieci minuti in macchina, o venti in bicicletta, e da Orvault si può raggiungere la città di Nantes, dove si recava tutti i giorni per andare a scuola. Proprio il tragitto scuola-casa rappresentò il trauma del primo giorno di scuola: «La famiglia – spiega Roberto – mi aveva detto di tornare in pullman dopo la fine delle lezioni, ma si era dimenticata di specificare a quale fermata sarei dovuto scendere. Saltai la fermata giusta e, senza internet e navigatore, presi la buona vecchia cartina per orientarmi: il risultato fu che mi persi, dovetti chiamare la famiglia cercando di spiegare dov’ero mi feci venire a prendere. Quello fu il mio impatto con la Francia».

L’altro, altrettanto complicato, è passato attraverso la lingua: «A Bergamo – racconta – studiavo inglese, francese e spagnolo, prima di essere ammesso all’esperienza all’estero ho passato un esame base di francese, ma poi vivere in un paese straniero è tutta un’altra cosa. Fin dal primo giorno di scuola mi sono dovuto arrangiare, imparando in fretta la lingua per capire le lezioni e comunicare con i compagni». Roberto è partito per Nantes nel settembre del 2015, con l’idea di rimanervi solo undici mesi «durante i quali vivi una full immersion, non puoi tornare a casa nè ricevere i tuoi parenti. È stato emozionante, ma le paure non sono mancate, visto che la lingua appunto non la parlavo benissimo. Ci ho messo un mese e mezzo-due per capire bene cosa dicevano a scuola. Ho però scoperto una nuova cultura, ho fatto cose nuove ed ogni giorno diverse».

La sua famiglia è diventata quella di Odile e Gilles Cavadaski, con il figlio Robin di 26 anni che ancora viveva con loro ma era spesso fuori casa, oltre a Romain e Lucas, di 30 e 31 anni, che abitavano per conto loro. «Ero completamente solo – continua Roberto –. Nella mia associazione non c’era nessuno di Bergamo. Quando arrivi in Francia - come immagino in qualsiasi altro posto all’estero lontano dalla tua terra - la persone non ti conoscono, non vengono a parlarti, mentre con i compagni di scuola è diverso, capiscono che sei straniero e ti aiutano a socializzare. Normalmente si arriva un paio di settimane prima in famiglia per cominciare ad ambientarsi, mentre io sono arrivato il giorno precedente a quello dell’avvio delle lezioni. Anche se siamo “cugini” – aggiunge – i francesi hanno un’altra cultura, modi di fare, cibo e ritmi di vita diversi, e devi adeguarti. Non avere nessuno che conoscessi mi ha però aiutato ad integrarmi meglio».

Nel tempo libero Roberto giocava a tennis, ma ha stretto anche una serie di amicizie sia con ragazzi francesi sia con studenti stranieri impegnati come lui in programmi di scambio e provenienti da tutta Europa. Con qualcuno i legami si sono mantenuti e anche questo agosto alcuni amici verranno a Bergamo. Roberto si trovava in Francia nel periodo degli attentati terroristici: «Non si parlava d’altro che degli attentati in quel periodo – racconta –. C’era molta tensione e paura, l’allerta era alta anche a Nantes, con un aumento della presenza di militari e della polizia, che ti chiedeva di aprire gli zaini - è successo anche a scuola - e può tutt’ora entrare in casa senza mandato. In questo contesto, però, ho potuto toccare con mano il patriottismo dei francesi. Dopo gli attentati esponevano bandiere ovunque, anche sugli autobus».

Dopo il primo anno, Roberto ha deciso di continuare a studiare in Francia, non più stando in famiglia ma da un amico a cui paga l’affitto: a inizio estate ha concluso quindi il secondo anno scolastico all’estero superando l’esame di maturità, il cui diploma è valido anche nel nostro Paese. «Mi sono detto che il diploma francese mi dava più opportunità di quello italiano – spiega – così sono rimasto per il secondo anno, anche per rendere ancora più solido il mio francese. La scuola che frequentavo era un misto tra liceo classico e linguistico, nel senso che studiavo inglese e spagnolo, francese, e le relative letterature. Poi c’era storia, geografia e molta filosofia. In totale ho dovuto dare un esame per ognuna delle dieci materie previste più alcuni orali, come i miei colleghi francesi».

Quanto al proprio futuro, Roberto per il momento lo vede ancora in Francia, dove ritornerà dopo le vacanze, a metà settembre: «Per l’università ho fatto domanda a Nizza (lingue straniere applicate, ndr), e alla Sorbona di Parigi. Alla prima sono stato preso, alla seconda non lo so ancora. È difficile, però ci spero».

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